L’oncologia è il ramo della medicina che si occupa dello studio dei tumori. Il termine “oncologia” deriva, infatti, dalle parole greche óncos e logos, che significano rispettivamente, “massa” e “studio” e indica, quindi, lo “studio della massa”, dove com “massa” si intende indicare il tumore. Oggi i termini cancro, tumore e neoplasia vengono correntemente utilizzati in modo pressoché interscambiabile per  indicare la massa tumorale. Spesso, però, è stato associato alla parola cancro il significato specifico di tumore maligno.
All’interno di questa specialità è possibile distinguere due discipline: l’oncologia sperimentale e l’oncologia clinica.
L’oncologia sperimentale (o molecolare) studia i cambiamenti specifici che si realizzano a livello genetico e nelle proteine durante l’insorgenza e la progressione di un cancro. Questo tipo di analisi permette di identificare le vie metaboliche (ossia l’insieme delle reazioni biochimiche che hanno luogo all’interno della cellula) che sono alterate nelle cellule tumorali. Inoltre, questa disciplina mira anche a definire le relazioni funzionali esistenti tra le vie individuate. Il suo scopo ultimo è, quindi, quello di definire le basi a livello cellulare e molecolare della genesi dei tumori al fine di poter progettare delle terapie mirate, più efficaci e mono tossiche rispetto ai trattamenti già disponibili. L’attività dell’oncologo molecolare si svolge, perciò, essenzialmente nei laboratori di ricerca.
L’oncologia clinica, invece, raggruppa tutte le specialità mediche che si occupano della diagnosi e del trattamento dei tumori. Questa è l’attività probabilmente più nota dello specialista in oncologia e ha luogo nelle strutture ospedaliere e di cura.
Benché necessitino di competenze in parte diverse, i due rami dell’oncologia sono strettamente interconnessi fra di loro e complementari l’uno all’altro. Infatti, come già accennato, la conoscenza sempre più dettagliata dei meccanismi molecolari che causano l’insorgenza dei tumori è alla base dello sviluppo di nuove cure, che dopo una fase di sperimentazione pre-clinica (che ha luogo nei laboratori di ricerca senza che i nuovi farmaci vengano testati sull’uomo), entrando in una fase di sperimentazione clinica controllata che permette di verificarne l’efficacia sui pazienti. In questa seconda fase ricercatori e medici collaborano attivamente per valutare l’azione del farmaco. A prova di ciò esistono diverse strutture ospedaliere in cui accanto alla realtà clinica si trovano laboratori di ricerca.
CENNI STORICI
L’origine della parola “cancro”
Sin dall’antichità l’uomo ha riconosciuto l’esistenza della “malattia tumore”. Il cancro veniva riconosciuto come un corpo estraneo e fu subito compreso che questa massa era caratterizzata da un accrescimento infiltrativo, che permetteva alle cellule tumorali di insinuarsi nei tessuti sani come tentacoli di polipi o chele di un granchio.
Il primo ad utilizzare il termine  carcinoma (dal greco, granchio) fu Ippocrate di Kos (460-370 a.C.). Tuttavia, non è possibile dare un’interpretazione anatomica a questa denominazione derivante dall’osservazione diretta della massa tumorale, in quanto all’epoca in Grecia non si avevano le conoscenze anatomo-patologiche necessarie. Piuttosto, è probabile che il paragone si basasse sulla somiglianza tra i dolori che affliggevano i malati di cancro e quelli dei cercatori di granchi morsi da questi animali.
La nascita del’oncologia
Le prime ipotesi riguardo l’insorgenza dei tumori risalgono all’antico Egitto, dove se ne trovano descrizioni nel papiro di Ebers e in quello di Leida (1500 a.C.). Già in questi scritti veniva consigliata l’asportazione della massa estranea come rimedio alla malattia. Inoltre è noto che anche i medici dell’antica India avevano identificato il tumore come una patologia e che oltre al trattamento chirurgico utilizzavano farmaci, soprattutto per la cura delle recidive.
Nel mondo occidentale nacquero presto le prime teorie patogenetiche, basate sul  modello ippocratico o umorale (V-VI sec a.C.), secondo cui ogni malattia sarebbe stata il risultato di un disturbo del naturale equilibrio dei quattro umori che caratterizzano il corpo umano (flegma, bile gialla, bile nera e sangue); in particolare il tumore era interpretato come un eccesso di bile nera.
Ippocrate operò anche la prima classificazione dei tumori in cancri duri, cancri ulcerati e cancri occulti, consigliando l’applicazione di sostanze emollienti sui tumori esterni non ulcerati e la cauterizzazione e l’applicazione di sostanze caustiche per la terapia dei cancri ulcerati. I cancri occulti erano, invece, considerati incurabili, perché “trattati con le medicine i pazienti muoiono al più presto, mentre potranno vivere più a lungo, non utilizzando alcun rimedio” (Aforismi, VI-38).
La teoria di Ippocrate fu perfezionata da Aglacone (II sec d.C.), che, però consigliava anche l’asportazione chirurgica dei tumori nelle fasi più avanzate.
Gli antichi Romani non possedevano la stessa tradizione medica dei Greci. Tuttavia, già Marco Porcio Catone distinse cancro nero, cancro bianco o purulento e cancro fistoloso.
Il primo vero grande esponente della medicina romana fu Aulo Cornelio Celso, enciclopedista e medico vissuto all’incirca tra il 30 a.C. e il 38 d.C.; egli esaminò a lungo lo sviluppo dei tumori, suggerendo come rimedio ultimo l’asportazione chirurgica. Fu il primo a darne una descrizione morfologica più attenta, individuando la presenza di una capsula intorno ai tumori benigni. Infine, Celso individuò quattro forme progressive del cancro: cacoete (l’unica forma curabile), carcinoma senza ulcerazione e timio.
Sempre in ambiente Romano, Caio Plinio Secondo (23-79 a.C.) utilizzò per la cura del cancro varie erbe e piante medicinali ad azione purgativa, revulsiva, astringente e cicatrizzante.
Il greco Galeno di Pergamo (II sec d.C.) contribuì ampiamente allo sviluppo della medicina romana. Nel suo lavoro di reinterpretazione delle teorie ippocratiche su base anatomo-fisiologica, classificò i tumori come tumefazioni praeter naturam, ossia contro natura, distinguendoli dalle forme secundum natura (secondo natura), come l’ipertrofia delle ghiandole mammarie nella pubertà e da quelle supra natura (oltre natura), ossia riparative, come il callo osseo nelle fratture. Come Ippocrate, anche Galeno attribuiva la loro formazione a un accumulo di bile nera che, ispessendosi, lo rendeva insensibile a tutti i medicamenti noti all’epoca.
La terapia antitumorale galenica prevedeva la somministrazione di purganti e l’eliminazione dalla dieta di alimenti in grado di stimolare la formazione di bile nera. Inoltre, anche Galeno prescriveva asportazioni chirurgiche delle masse tumorali, raccomandando la cauterizzazione dei vasi per prevenire l’insorgenza di recidive.
Le teorie galeniche sopravvissero fino al Rinascimento; Henry de Mondeville (1250-1320), medico di fiducia di Filippo il Bello, scriveva nel suo De Magna Chirurgia: “Nessun cancro guarisce a meno che lo si estirpi radicalmente; se ne resta anche una minima parte, la malignità si sviluppa anche dalla radice”.
Il “rinascimento” dell’oncologia
Fu lo svizzero Paracelso (XVI sec d.C.) a sostenere per primo l’origine chimica dei tumori. Affermando che l’uomo era formato dalle stesse sostanze che costituivano il macrocosmo (mercurio, zolfo e sale), spiegò l’origine dei tumori come l’accumulo di un sale minerale contenuto nel sangue, il realgar, composto acre e corrodente, sulfureo e arsenicale, in genere eliminato dall’organismo sano. E’ questa la teoria alchemica del cancro.
Con Paracelso nacque anche la prima forma di chemioterapia del cancro, che non viene più trattato chirurgicamente ma con la somministrazione della Tintura physici, della Quinta essentia mercuriale e della Resina auri. Quest’ultima contiene la podofillina, una sostanza usata a tutt’oggi per la cura delle verruche.
Tra il 1500 e il 1600 vennero elaborate nuove teorie e introdotte nuove terapie sul cancro.
Gabriele Falloppio (1523-1562) studiò a fondo la sintomatologia dei tumori e li distinse in benigni (scirro) e maligni. Secondo Falloppio lo scirro si trasformavain cancro quando sovrabbondava l’umore melanconico. Lo scirro melanconico maligno era caratterizzato da una forte aderenza ai tessuti circostanti, dolore e ulcerazione. Infine, Falloppio individuò cause interne (come la lassità delle fibre) e cause esterne (come gli alimenti) dell’insorgenza dei tumori, consigliando trattamenti a base di sostanze caustiche. Il più grande chirurgo neoplastico dell’epoca fu, invece, il tedesco Wilhelm fabry von Hilden (1560-1643).
Il francese Ambroise Paré (1509-1590) elaborò una diversa classificazione dei tumori, basata sulla definizione della sede, del volume, della consistenza, del colore e della presenza o assenza di dolore. Paré descrisse il cancro dell’ovaio e quello della mammella, cui associò la formazione di tumori ai linfonodi. Benché anch’egli praticasse ancora il salasso, consigliava la rimozione chirurgica nel caso di tumori di piccole dimensioni, altrimenti prescriveva unguenti di origine animale.
Infine, gli studi anatomici di Andrea Vesalio (1514-1564) segnarono il crollo definitivo delle teorie di Galeno, incluse quelle riguardanti il cancro.
Le teorie del XVIII secolo
Nel XVIII secolo fiorirono nuove teorie patogenetiche. Sebbene in alcuni casi la genesi del cancro fosse ancora attribuita alla conversione di una linfa in fluido acre o alla presenza di un acido corrosivo (teoria linfatica di René Déscartes, 1650 circa), per la prima volta venne ipotizzato che alla base dell’insorgenza dei tumori potesse esserci un trauma (teroia traumatica di Giovan Battista Morgagni).
Fu proprio Morgangni (1682-1771) la figura predominante in campo oncologico in questo periodo.
Egli descrisse accuratamente i lipomi, gli strumenti tiroidei, i tumori del pancreas, dell’intestino e della mammella, con descrizioni particolareggiate anche dal punto di vista morfologico. Come Celso, Morgagni riteneva che l’intervento chirurgico non fosse sufficiente alla cura del cancro, che “ritorna nel medesimo luogo od altrove, dopo una completa cicatrizzazione e produce le morte”. Le sue osservazioni sono racchiuse nell’opera De sedibus et causis morborum per anatomen indagatis.
In seguito furono elaborate altre teorie sull’origine dei tumori. Nel 1775 Percival Pott; avendo osservato la singolare frequenza con cui si verificava il cancro dello scroto negli spazzacamini londinesi ipotizzò l’esistenza di un possibile rapporto tra l’insorgenza del tumore e lo sfregamento della borsa scrotale con gli indumenti impregnati di fuliggine, secondo la cosiddetta teoria irritativa, che ebbe particolare successo in Germania e Inghilterra. Lorenz heister (1683-1758) parlò anche di contagiosità delle neoplasie.
Nello stesso anno Antonio Maria Valsava (1666-1723) perfezionò le tecniche di asportazione chirurgica dei tumori; introducendo l’accorgimento di fasciare la base della massa tumorale in modo da privarla del flusso sanguigno, provocando una riduzione del volume prima dell’intervento.
In Francia, invece, Marie-François-Xavier Bichat (1771-1802) approfondì gli studi di anatomia ptologica; egli giunse così alla conclusione che cancro ulcerato e cancro non ulcerato “sono due manifestazioni diverse di una stessa lesione anatomica, due aspetti di uno stesso tessuto patologico” e distinse il parenchima tumorale propriamente detto dallo stroma, tessuto con funzione di sostegno.
La nascita dell’oncologia moderna
Gli studi effettuati tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo permisero di elaborare delle teorie che si avvicinavano sempre più alla concezione attuale di patogenesi tumorale. Secondo Jean Frédéric Lobstein il tumore era una “eteroplasia che… farebbe assumere alle cellule caratteri nuovi e aberranti” (teoria mutativa, 1802) e Laennec indicò come sua caratteristica peculiare l’autonomia, per cui un tumore sarebbe stato un “… tessuto neoformato che non ha alcun rapporto diretto con l’economia dell’organismo ospite… ed è contraddistinto dall’atipia degli elementi cellulari che lo compongono” (teoria dell’autonomia, 1804).
La nuova teoria cellulare, elaborata da M. J. Schleiden, T. Schwann e R. Virchow nella prima metà dell’Ottocento, secondo cui le cellule sono le unità funzionali degli organismi viventi e gli studi più precisi sulla patologia cellulare segnano l’inizio dell’encologia moderna. In particolare, Virchow introdusse il concetto di eterotipia, secondo cui i tumori prendevano origine da elementi normali deviati dalla loro evoluzione morfologica e funzionale a causa di un’irritazione cronica. Inoltre ipotizzò che tutti i tumori si sviluppassero dal tessuto connettivale e dimostrò che la diffusione metastatica del tumore avviene per via linfatica. I suoi studi permisero l’identificazione e la caratterizzazione del’epitelioma a cellule piatte della cute e delle mucose e di diversi tipi di sarcoma.
L’ipotesi di un’origine connettivale per tutti i tumori trovò numerosi oppositori; Waldeyer e Renack, dimostrarono, infine, che alla base di ogni tumore epiteliale si trovano solo cellule epiteliali e nel 1838 Giovanni Muller diede l’avvio al periodo istologico nella ricerca oncologica.
Nel XX secolo le nuove conoscenze in biochimica e il perfezionamento dei metodi di ricerca istologica hanno alimentato grandemente il dibattito sull’origine dei tumori. Attraverso i nuovi strumenti teorici e pratici acquisiti, i ricercatori delle diverse discipline interessate hanno affrontato o problemi dello sviluppo e del metabolismo delle cellule neoplastiche e dei loro rapporti con le altre cellule dell’organismo, dando vita all’oncologia sperimentale che, ancora oggi, consente di elaborare continuamente nuove teorie nel campo dello studio del cancro.
La chirurgia oncologica
A partire dai primi anni del 1800 la pratica chirurgica divenne più frequente anche in oncologia, ma è dal 1879, quando Theodor Billroth descrisse i suoi primi interventi gastrectomia per il cancro del piloro, che vennero gettate le basi della chirurgia oncologica moderna. In seguito, nel 1883 Theodor Emil Kocher definì la tecnica dell’intervento di tiroidectomia e nel 1894 William Stewart Halsted pubblicò i risultati della prima mastectomia radicale (asportazione in blocco della mammella, dei muscoli pettorali e dei linfonodi ascellari); nacque così il concetto di radicalità oncologica, valido a tutt’oggi, sebbene modificato rispetto alle sue origini.
L’esperienza accumulata in quest’ambito nel corso del XX secolo ha dimostrato che la moderna chirurgia oncologica è un’arma realmente efficace nella cura del cancro. Ancora oggi, l’asportazione chirurgica radicale è considerata una terapia adatta al trattamento dei tumori solidi.
PRESENZA IN ITALIA ED EFFICACIA SULLA POPOLAZIONE
Il cancro è ormai considerato la “malattia del secolo”. Insieme alle malattie cardiovascolari è una delle cause principali di morte nel nostro Paese: nel 2004 il 41,3% dei decessi è stato dovuto a malattie del sistema circolatorio, contro il 30,5% dei casi di morte imputabili a tumori maligni. In particolare, i tumori con esito letale più frequenti per gli uomini erano quelli al colon, al retto e all’ano, mentre il carcinoma mammario era il tumore che causava la maggior parte dei decessi nelle donne.
Il Ministero della Salute e diversi istituti di indagine statistica (come l’ISTAT) si occupano di monitorare ogni anno l’incidenza e la mortalità delle patologie tumorali nella popolazione italiana, redigendo rapporti in cui i risultati vengono resi pubblici e sono consultabili da tutti i cittadini.
Già nel 2005 è stato possibile rilevare una diminuzione della mortalità per quasi tutti i tipi di tumore, soprattutto grazie ai progressi diagnostici e terapeutici. Il nostro paese mostrava, inoltre, il tasso di sopravvivenza più alto rispetto alla media europea.
Attualmente sono disponibili i dati del 2007 riguardo incidenza, mortalità, sopravvivenza e prevalenza (i principali indicatori epidemiologici) per tutti i tumori dal 1970 ad oggi, con previsioni fino al 2010; le stime sono disponibili per la prima volta per tutte le regioni italiane e sono state pubblicate dal numero monografico della rivista Tumori, Current cancer profiles of the italian regions, interamente dedicato all’epidemiologia oncologica in Italia e ai risultati del progetto “I Tumori in Italia”.
In quest’indagine è stato analizzato il tasso di incidenza standardizzato, cioè il numero di nuovi casi diagnosticati in un periodo specifico e in una determinata area geografica tenendo in considerazione la diversa struttura delle popolazioni a confronto in termini di età. Questo approccio evita, ad esempio, che le popolazioni con più anziani possano essere considerate le più a rischio semplicemente perché l’alta frequenza di anziani, che si ammalano di tumore più dei giovani, determinano in quelle popolazioni una più alta frequenza di casi.
Dallo studio dei dati è emerso che negli ultimi trent’anni in Italia il numero di nuovi casi di tumore è andato aumentando, ma che questo forte incremento è dovuto principalmente all’invecchiamento della popolazione piuttosto che all’aumento della probabilità di ammalarsi. Il rischio oncologico nelle regioni del Sud, storicamente più basso, si sta avvicinando a quello delle regioni del Nord, soprattutto per gli uomini; questa tendenza, già osservata negli anni precedenti, può trovare una possibile spiegazione nel graduale abbandono della dieta mediterranea anche nel Sud Italia.
Da un punto di vista storico il rischio oncologico sembra aver seguito di pari passo l’evoluzione del processo di industrializzazione nel ‘900, aumentando con il progressivo svuotamento delle campagne e il seguente processo di urbanizzazione e con il cambiamento nei ritmi e negli stili di vita e di lavoro che ha coinvolto milioni d’Italiani.
Viceversa, la mortalità, sia maschile, che femminile, è rimasta costante nel Sud ed è diminuita nel Centro-Nord. Infatti, se, da un lato, il numero di decessi per anno è  andato aumentando nell’ultimo triennio, negli ultimi decenni l’incremento è stato meno evidente. Se si esclude l’effetto dovuto  alla diversa struttura per l’età delle popolazioni a confronto (negli anni ’70 la popolazione era più giovane e quindi determinava, solo per questo motivo, meno casi di tumore), si osserva che il tasso standardizzato di mortalità per 100.000 persone non è molto cambiato: per gli uomini era 230 decessi sia nel 1900 che nel 2000 mentre per le donne è passato da 140 decessi nel 1900 a 130 nel 2000.
Questa tendenza positiva a un non-aumento è il risultato di una minore mortalità nelle età giovanili e nelle età adulte. Infatti già agli anziani degli anni ’70 la mortalità è andata gradualmente riducendosi nelle classi d’età più giovani e, nel corso dei decenni successivi, anche nelle classi d’età adulte.
La sopravvivenza esprime, invece, il numero di malati sopravvissuti. In genere viene analizzata la percentuale di casi sopravvissuti dopo cinque anni dall’esordio della malattia oncologica (sopravvivenza a cinque anni). Questo indicatore è passato dal 33% per i pazienti il cui tumore era stato diagnosticato alla fine degli anni ’70 al 39% per quelli diagnosticati alla fine degli anni ’80; tali dati riguardano tutti i tumori presi in considerazione. In generale la sopravvivenza a cinque anni è, però, inferiore nell’area meridionale rispetto al resto del Paese.
Le stime attuali prevedono ulteriori aumenti della sopravvivenza per i casi diagnosticati recentemente, suggerendo un miglioramento della prognosi parallelo all’accumulo di nuove conoscenze in ambito oncologico.
Infine, la prevalenza indica il numero di persone che, al  momento dell’analisi, risultano essersi ammalate di tumore in un passato recente o lontano e che sono sopravvissute; rappresenta, quindi, la proporzione di individui che ha vissuto o sta vivendo l’esperienza della patologia oncologica.
Questo parametro viene utilizzato per valutare il “carico” sanitario dell’oncologia in una società: può ad esempio essere utilizzata per stimare il numero di pazienti oncologici che necessitano di un controllo medico oppure il numero di pazienti che devono essere seguiti attivamente dal punto di vista clinico perché ad alto rischio di ripresa della malattia.
I casi prevalenti sono quasi quadruplicati in 30 anni passando da circa 470 mila nel 1977 a circa 1,8 milioni nel 2007. Questi dati sono coerenti con i risultati dagli studi EUROPREVAL e  ITAPREVAL, secondo cui fra le nazioni europee l’Italia registra, insieme a Svezia, Svizzera e Germania, i livelli più elevati di prevalenza. Ciò contribuisce al numero della domanda sanitaria e della necessità di piani per la sorveglianza sanitaria e di specifici programmi di controllo e assistenza.
Come nel caso della mortalità, anche per la prevalenza è possibile giustificare questa tendenza con un processo di invecchiamento della popolazione accompagnato dalla crescita del numero di  nuovi casi di tumore e da una migliore sopravvivenza.
Nell’insieme, i dati attuali sottolineano l’importanza delle discipline della medicina oncologica nella nostra Nazione. L’elevata sopravvivenza e prevalenza sono un indice dell’efficacia dei mezzi a disposizione del nostro sistema sanitario per la prevenzione, l diagnosi e la cura dei tumori.
Inoltre, questi dati non rappresentano solamente un’interessante analisi del panorama oncologico italiano, ma sono un importante punto di partenza per i programmatori sanitari delle regioni italiane, che hanno a disposizione, così, uno strumento per valutare le priorità oncologiche della propria regione in termini di rischio oncologico (incidenza), capacità diagnostico-terapeutica (sopravvivenza e mortalità) e peso oncologico complessivo (prevalenza).
Per informazioni su specifici tumori è possibile interrogare la banca dati del sito tumori.net.
SCUOLE DI FORMAZIONE, UNIVERSITA´ E CORSI DI AGGIORNAMENTO
La formazione dei medici oncologi prevede, dopo la laurea in Medicina e Chirurgia e l’abilitazione all’esercizio della professione di Medico, la frequenza della Scuole di Specializzazione in Oncologia.
Sono 37 gli atenei italiani presso cui è possibile conseguire il titolo di Dottore in medicina e Chirurgia:
Seconda Università degli Studi di Napoli, Università “Campus Biomedico” di Roma, Università Cattolica del Sacro Cuore – Roma, Università degli Studi dell’Insubria – Varese e Como, Università degli Studi del Piemonte Orientale “Amedeo Avogadro”, Università degli Studi di Bari, Università degli Studi di Bologna, Università degli Studi di Brescia, Università degli Studi di Cagliari, Università degli Studi di Catania, Università degli Studi di Firenze, Università degli Studi di Foggia, Università degli Studi di Genova, Università degli Studi di L’Aquila, Università degli Studi di Messina, Università degli Studi di Milano, Università degli Studi di Milano-Bicocca, Università degli Studi di Modena e Reggio-Emilia, Università degli Studi di Napoli “Federico II”, Università degli Studi di Palermo, Università degli Studi di Padova, Università degli Studi di Parma, Università degli Studi di Pavia, Università degli Studi di Perugia, Università degli Studi di Pisa, Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, Università degli Studi di Sassari, Università degli Studi di Siena, Università degli Studi di Torino, Università degli Studi di Trieste, Università degli Studi di Udine, Università degli Studi di Verona, Università degli Studi “Gabriele D’Annunzio” di Chieti-Pescara,
Università degli Studi “Magna Grecia” di Catanzaro, Università Politecnica delle Marche, Università Vita Salute San Raffaele di Milano.
Secondo i dati forniti dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (www.miur.it) nell’anno accademico 2007/2008 la Scuola di Specializzazione in Oncologia è stata attivata presso:
Seconda Università degli Studi di Napoli, Università “Campus Biomedico” di Roma, Università Cattolica del Sacro Cuore – Roma, Università degli Studi dell’Insubria – Varese, Università degli Studi di Bari, Università degli Studi di Bologna, Università degli Studi di Cagliari, Università degli Studi di Catania, Università degli Studi di Catanzaro,
Università degli Studi di Ferrara, Università degli Studi di Firenze, Università degli Studi di Genova, Università degli Studi di L’Aquila, Università degli Studi di Messina, Università degli Studi di Milano, Università degli Studi di Milano-Bicocca, Università degli Studi di Modena e Reggio-Emilia, Università degli Studi di Napoli “Federico II”, Università degli Studi di Padova, Università degli Studi di Palermo, Università degli Studi di Parma
Università degli Studi di Pavia, Università degli Studi di Perugia, Università degli Studi di Pisa, Università degli Studi di Roma “La Sapienza” (I e II Facoltà di Medicina e Chirirgia), Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”
Università degli Studi di Sassari, Università degli Studi di Siena, Università degli Studi di Torino, Università degli Studi di Udine, Università degli Studi di Verona, Università degli Studi “Gabriele D’Annunzio” di Chieti-Pescara
Università Politecnica delle Marche-Ancona.
La formazione dell’oncologo sperimentale passa, invece, attraverso il conseguimento dei Dottorati di Ricerca dalle tematiche genetiche, biomediche e di biologia molecolare. Di seguito è riportata l’offerta da parte degli atenei italiani di dottorati utili alla formazione di specialisti in questo campo.
E’ da tenere presente che la sede di svolgimento dell’attività di ricerca può essere istituti esterni agli atenei (come il CNR, l’IFOM-IEO e l’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano) è possibile frequentare corsi di dottorato dell’area oncologica. Tutte queste strutture mettono a disposizione un sito internet in cui è possibile trovare i riferimenti di interesse.

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