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abbigliamento e moda

abbigliamento e moda
L´incipiente globalizzazione pone non pochi problemi relativamente agli usi (e abusi) di materiali derivati o primari, coloranti, tagli dei vestiti in relazione a dei criteri che si ritengono essere non solo quelli della tutela dell´ambiente, ma anche più direttamente della salute del cittadino.
In questi anni abbiamo visto come i manufatti di importazione cinese abbiano spesso utilizzato materie altamente nocive, che hanno provocato malattie epidermiche, intolleranze, fino a veri e propri principi di avvelenamento dovuti ad esalazioni.
Chi stabilisce cosa è sano e cosa invece non lo sia? Qual´è la sottile differenza tra effettiva nocività e rispetto per l´ambiente? 
Se si va sul sito http://www.cites.org  (the Convention on International Trade in Endangered Species of Wild Fauna and Flora), si scopre innanzitutto quali sono le specie animali e vegetali protette, che non possono essere utilizzate dall´industria della moda e non solo. E´ interessante notare che la maggior parte delle violazioni internazionali non sono inerenti alla  caccia o al settore alimentare, ma proprio invece a quello della cosmesi e dell´abbigliamento. In alcuni paesi poteva essere costume per esempio utilizzare la pelle di alcuni animali, oggi rigidamente protetti, come pelliccia, oppure per la cosmesi adoperare prodotti derivati da alcune specie come tigri o balene.
Da noi tutte le tematiche e le certificazioni sancite dalla Convenzione di Washington sul commercio internazionale delle specie di fauna e flora minacciate di estinzione, sono gestite dal Corpo Forestale dello Stato. La sezione C.I.T.E.S., è nata dall´esigenza di controllare il commercio degli animali e delle piante (vivi, morti e prodotti derivati), in quanto lo sfruttamento commerciale è, assieme alla distruzione degli ambienti naturali nei quali vivono, una delle principali cause dell´estinzione e rarefazione in natura di numerose specie. La C.I.T.E.S., che è compresa nelle attività del Programma delle Nazioni Unite per l´Ambiente (UNEP), è entrata in vigore in Italia nel 1980 ed è attualmente applicata da oltre 130 Stati. In Italia l´attuazione della Convenzione di Washington è affidata a diversi Ministeri: Ambiente, Finanze, Commercio con l´Estero, ma la parte più importante è svolta dal Ministero delle Politiche Agricole, come prevede la legge, tramite il Servizio CITES, che cura la gestione amministrativa ai fini della certificazione e del controllo tecnico-specialistico per il rispetto della Convenzione. Il Servizio CITES del Corpo Forestale dello Stato è strutturato in un Centro di Coordinamento, presso l´Ispettorato Generale in Roma, e in 40 Uffici periferici. Il Centro di Coordinamento ha le funzioni di assistenza operativa e di coordinamento delle attività degli Uffici periferici, di consulenza tecnico-scientifica, di emanazione di direttive, di rapporto con Enti e Organismi Internazionali. Gli Uffici periferici si differenziano in 24 Uffici territoriali denominati Servizi Certificazione Cites (in sigla S.C.C.), con funzione di rilascio certificati, accertamento infrazioni e controllo territoriale, e in 16 Nuclei Operativi Cites ( in sigla N.O.C.) presso le Dogane, con funzione di verifica merceologica, controllo documentale e verifica della movimentazione commerciale, nonché accertamento di illeciti. Come si intuisce il tema è di natura ambientale, ma è di rilevanza merceologica perché appunto, le maggior parte delle violazioni rilevate dalla convenzione sono inerenti a questo settore, fermo restando che ovviamente l´impoverimento delle biodiversità dipende da altri fattori. In parole povere, la tutela della biodiversità che si opera con il CITES, tutela indirettamente la salute dei cittadini del mondo, perché la salvaguardia delle specie è un elemento imprescindibile per l´ecosistema del quale l´uomo fa parte. L´impoverimento biologico dovuto ai capricci di una certa industria del lusso, specie nell´abbigliamento, è fattore di decadimento del benessere del pianeta e di tutti quelli che ne sono ospiti.
Queste regole sono uguali per tutti, ma hanno interessato soprattutto il mercato cinese, e ciò è dovuto alla quantità merceologica prodotta in Cina, che è la nazione più grande del mondo. Ad un´espansione che non ha tenuto in adeguato conto le regole del commercio, o almeno non sempre. Tuttavia non c´è solo una questione di materiali, tessuti, coloranti, derivati dal petrolio che possono essere molto nocivi (di competenza entro i confini nazionali dei Nas e dell´Istituto Superiore della Sanità, in coordinazione con altri enti), ma anche il taglio e le operazioni sartoriali, che non sempre sono compatibili con le caratteristiche somatologiche degli individui. Si pensi per esempio ad una taglia media di un cinese rispetto a quella di uno svedese, alla differente proporzione del baricentro del bacino, il “cavallo dei pantaloni”; tutte connotazioni che provocano una non corretta e salutare  adesione del capo di abbigliamento al corpo, generando strofinamenti e pressioni deleterie. L´aspetto più significativo riguarda le calzature. I casi di trombosi con l´utilizzo di scarpe cinesi è aumentato, dato che si tratta di manufatti di scarsa qualità, eseguiti non di rado sfruttando la manodopera minorile.
Ora, non si tratta di fare guerra commerciale. L´Italia ha dimostrato di non porre particolari veti in merito, ma naturalmente ci sono le leggi che tutelano la salute dei cittadini e ci sono gli eventuali reati, non si tratta ovviamente di autarchia, ma di salvaguardia. 
Spesso vengono importati  dalla Cina tessuti privi dei requisiti indispensabili per la commercializzazione in ambito europeo, come l´etichetta indicante la composizione e l´origine del prodotto. Non di rado ci sono in queste dinamiche anche società manifatturiere occidentali. Altro aspetto pericoloso è il colorante delle scarpe, che frequentemente è un derivato del petrolio fortemente pericoloso per la salute. Gli uffici doganali sono in prima linea nel segnalare ed attivare procedure che coinvolgano gli enti menzionati, a seconda dei casi.
Nella cosmesi capita che prodotti messi in vendita, secondo quanto rilevato da ingenti quantità  sequestrate in questi anni, contengano spesso sostanze altamente nocive, addirittura con effetti cancerogeni e sensibilizzanti.
L’Istituto Superiore di Sanità ha confermato la pericolosità di questi tipi di prodotti, usati molto nella moda, sottolineando che è la prima volta che si evidenzia una concentrazione tanto elevata di metalli pesanti in prodotti di bellezza (nel phard, ad esempio, non di rado risulta una concentrazione di piombo notevole).
Ed è proprio l´Istituto Superiore della Sanità, quello che fornisce tabelle di valutazione e tolleranza, ed in effetti questa istituzione è di gran lunga la più adatta a fornire strumenti concreti agli inquirenti (Nas) che possono effetturare controlli a campione tesi a tutelare la salute dei cittadini; l´utilizzo di sostanze proibite è associato spesso ai fenomeni di contraffazione.
Le regole esistono per essere rispettate, ma la concentrazione di attenzione su un paese straordinariamente bello e amico come la Cina, è dovuta semplicemente al fatto che la stragrande maggioranza di problemi stanno arrivando dall´estremo oriente (escluso il Giappone). Fino ad alcuni anni fa nessuno si era posto il problema della salute in relazione all´abbigliamento ed ai tessuti, se non in modo molto marginale o in rapporto a qualche allergia. Oggi scopriamo che alcuni paesi hanno impiegato e utilizzano sostanze fortemente cancerogene, al di sopra di ogni ragionevole dubbio.
Una violazione classica per le calzature è che molte contengono cromo esavalente. I prodotti sequestrati, secondo analisi di laboratorio, hanno non di rado una quantità di cromo esavalente, notoriamente cancerogeno e dannoso per la salute umana, in quantità dalle 100 alle 200 volte superiore ai limiti massimi tollerati per legge. Sovente poi che l´accertamento di questi attentati alla salute avviene con la violazione di altri regolamenti doganali: campionature che si rivelano essere vere e proprie forniture, valori dichiarati estremamente bassi, forniture massive di calzature di un solo piede, per poi, a distanza di tempo, mandarne altre del piede mancante, allo scopo di far passare questa merce come destinata a esposizioni.
L´Istituto Superiore della Sanità non ha competenze specificatamente territoriali, ma si occupa di fornire delle direttive in base a studi e rilevazioni proveniente dai settori della ricerca, delle università e della sanità pubblica, in sintonia con le direttive UE.
Il Centro Nazionale Sostanze Chimiche, che è un ramo dell´Istituto Superiore della Sanità ( www.iss.it ), fornisce informazioni molto precise sulle varie pericolosità e adempie agli impegni internazionali legati all’applicazione del nuovo regolamento REACH. Il regolamento (CE) n. 1907/2006 denominato REACH (acronimo che sta per Registration, Evaluation, Authorization of CHemicals) apporta modifiche sostanziali al sistema normativo comunitario sul controllo del rischio chimico. Il REACH si può definire come un sistema integrato in cui compaiono i vari elementi essenziali per una adeguata trattazione del rischio. La prima fase è costituita da una raccolta sistematica di dati rilevanti su tutte le sostanze prodotte o importate al disopra di 1 tonnellata/anno (circa 30.000 sostanze). Queste informazioni saranno trasmesse all’Agenzia Europea sulle sostanze chimiche (ECHA) con sede ad Helsinki. Successivamente saranno selezionate le sostanze prioritarie sulle quali procedere alla valutazione del rischio; tale valutazione è a carico degli Stati Membri. E’ prevista poi una procedura di autorizzazione specifica per tutte quelle sostanze che verranno riconosciute come molto preoccupanti sulla base di indicatori tossicologici, ecotossicologici e di destino ambientale. E’ infine prevista anche una procedura di restrizioni per determinate sostanze o famiglie di sostanze. Il ruolo delle Autorità nazionali è determinante per il buon funzionamento dell’intero sistema, e il Governo italiano si è dimostrato ricettivo alla problematica, assegnando il ruolo di Autorità Competente al Ministero della Salute, che opera d’intesa con gli altri Ministeri coinvolti (Ambiente e Sviluppo Economico), e che si avvale, come menzionato, per gli aspetti tecnico-scientifici dell’ISS, ma anche dell´ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale). Tutto questo è espressamente previsto all’art. 5-bis della legge 6 aprile 2007, n. 46. 
Successivamente il DM 22.11.2007 ha definito in maniera dettagliata i compiti assegnati a ogni struttura coinvolta nella gestione operativa del regolamento REACH.
 
 
 
 
 
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