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analisi cliniche

analisi cliniche

Le analisi cliniche costituiscono degli esami particolarmente approfonditi, atti a stabilire la funzionalità del corpo umano, per poter individuare e prevenire l´insorgere di eventuali patologie. 

Esse sono effettuate in laboratori d´analisi dove, con l´aiuto di un medico specializzato, i risultati riscontrati vengono vagliati, interpretati e riferiti al paziente, con il quale, se necessario, viene stabilita la possibile terapia.
 
 
CENNI STORICI
 
L´introduzione del concetto di analisi cliniche come strumento indispensabile per lo studio diagnostico e di prevenzione delle patologie è relativamente nuovo. Infatti solo nel XX secolo nasce e si sviluppa la chimica clinica come metodologia di analisi ospedaliera. 
Nei secoli precedenti, i clinici erano in genere indifferenti all´idea che la chimica potesse essere applicata allo studio delle funzioni biologiche nei pazienti ancora in vita, alla predizione delle malattie o comunque al di fuori delle osservazioni post-mortem. Alcuni Fisiologi e Chimici,  come Fourcroy (1755-1809), Berzelius (1779-1848), Liebig (1803-1873), Prout (1785-1850), Rees (1813-1889) iniziarono a considerare i processi fisiologici dell´organismo con le note leggi della chimica e della fisica, arrivando a correlare gli stati patologici con le anomalie nelle reazioni osservabili nei campioni biologici. Solo successivamente Folin (1867-1934) e Van Slyke (1883-1971) introdussero definitivamente l´analisi chimica di laboratorio come servizio diagnostico indispensabile per la clinica ospedaliera. Nel 1877  Robert Koch, che può essere definito il fondatore della Microbiologia come scienza vera e propria, identificò il batterio responsabile del carbonchio e individuò alcune linee guida validissime ancora oggi nell´ambito delle malattie infettive.  
Successivamente, grazie alla scoperta degli anticorpi (Von Berhing-Kitasato,1890), dei virus (Beijerinck, 1889), della penicillina (Fleming, 1929), dei primi metodi di coltura e delle colorazioni, le tecniche di diagnostica microbiologica entrarono a far parte, a pieno diritto, degli strumenti necessari allo sviluppo della clinica ospedaliera. Nel 1944 O. Avery identificò il DNA la cui struttura venne descritta per la prima volta da Watson e Crick nel 1953. Con la messa a punto da parte di Mullins nel 1983 della Polimerase Chain Reaction (PCR) la diagnostica ospedaliera conobbe una rivoluzione senza precedenti, con  la   conseguente introduzione delle tecniche di biologia molecolare.
Nei giorni nostri, le tecniche di Laboratorio si avvalgono delle più svariate conoscenze chimico-fisiche e lo sviluppo della capacità diagnostica permette l´analisi di caratteristiche di “specificità” e “sensibilità”. Il campo di applicazione delle metodologie analitiche è ovviamente vastissimo e può spaziare, ad esempio, dall´ambito della fisiologia alla patologia umana, animale e vegetale, fino all´analisi ambientale, delle acque e degli alimenti.
In campo clinico tali metodiche vengono utilizzate soprattutto per la determinazione di microrganismi patogeni o per l´individuazione di molecole come ormoni, proteine, oncoproteine, anticorpi, citochine e marcatori che indicano il danno di un determinato organo. 
 
 
SCUOLE DI SPECIALIZZAZIONE, UNIVERSITA´ E CORSI DI AGGIORNAMENTO
 
Nel settore delle analisi cliniche, uno dei titoli che permettono di conseguire una specializzazione ed una formazione per poter operare sul campo dei laboratori di analisi è il Corso di Laurea in Tecnico di Laboratorio Biomedico, che è in sostanza l’operatore sanitario, responsabile degli atti di sua competenza, che svolge attività di laboratorio di analisi e di ricerca relative ad analisi biomediche e biotecnologiche ed in particolare di biochimica, di microbiologia e virologia, di farmacotossicologia, di immunologia, di patologia clinica, di ematologia, di citologia e di istopatologia.
L´offerta formativa è ampissima e prevede la possibilità di conseguire la Laurea Triennale in Tecnico di Laboratorio Biomedico, la quale è abilitante alla professione sanitaria di Tecnico di Laboratorio, nelle Università degli Studi di Bari, Bologna, Brescia, Cagliari, Catania, Catanzaro, Pescara, Ferrara, Firenze, Foggia, Genova, L´Aquila, (INSUBRIA), Messina, Milano, Milano Bicocca, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, Prima e Seconda Università degli Studi di Napoli, Padova, Palermo, Parma, Pavia, Perugia, Università degli Studi del Piemonte Orientale, Pisa, Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, Tor Vergata, Siena, Torino, Trieste, Udine e Verona.  
Per un tipo di formazione non strettamente legata all´abilitazione alla professione sanitaria di tecnico di laboratori, esiste una grandissima opzione di scelta, tra i circa 100 corsi di laurea specialistica in biologia, di II livello, presenti in 37 università.     
Per quel concerne l´ulteriore specializzazione ed aggiornamento nel campo dei Tecnici Sanitari di Laboratorio Biomedico, sono disponibili in molte regioni italiane molti corsi, le cui informazioni dettagliate sono consultabili nel sito:  http://ecm.sanita.it/BancaDati/SB_Lista_Eventi.asp.
 
 
PRESENZA IN ITALIA ED EFFICACIA SULLA POPOLAZIONE
 
La consapevolezza nel cittadino italiano della possibilità immensa di riuscire ad individuare in tempo l´eventuale insorgere di una determinata patologia, mediante il periodico afflusso presso un laboratorio di analisi specializzato, è oramai così consolidata che molti di noi sono divenuti dei veri e propri “esperti” dei valori relativi alle analisi cliniche e delle eventuali malattie ad essi correlate.
Le numerose campagne di prevenzione sostengono e diffondono da anni il messaggio comune secondo il quale uno stile di vita equilibrato ed un controllo regolare dello stato di funzionamento del nostro organismo, mediante le idonee strutture (senza improvvisarsi eruditi della materia e consultando sempre il parere del medico), è il segreto per campare bene ed a lungo.
E´ quindi naturale che in Italia siano disseminati una miriade di piccoli, medi e grandi laboratori d´analisi, pubblici e privati. 
Considerando che l’informazione di laboratorio influenza, oggi, circa il 60-70% delle più importanti decisioni cliniche, è quanto mai importante che in Italia si tenga il passo con  la  crescente complessità degli esami di laboratorio e la sempre più frequente introduzione di nuovi test. Per questo motivo i medici che prescrivono gli esami di laboratorio ed i pazienti hanno la necessità di aggiornare continuamente la loro conoscenza a riguardo. 
 
 
TRATTATO DESCRITTIVO
 
Tra le numerose tipologie di analisi, quelle del sangue sono le più diffuse, in quanto sono in grado di fornire una serie di importantissime informazioni circa le sostanze presenti nel corpo umano e lo stato di salute degli organi che ne fanno parte.
Semplificando, il sangue si compone di una parte liquida ed una cellulare. La prima, detta plasma, contiene al suo interno molti elementi, tra cui proteine, ormoni, enzimi, vitamine, minerali, lipidi, zuccheri e molti altri. La parte cellulare è formata dai globuli rossi, i globuli bianchi e dalle piastrine.
Il sangue viene analizzato mediante un prelievo, esercitato di consueto su l’avambraccio o su una vena alla piega del gomito o sul dorso della mano ed è una tipologia di test molto rapida, quasi del tutto indolore, anche perché la quantità necessaria per l’analisi è sempre molto esigua. Il prelievo del sangue viene effettuato in un laboratorio specializzato, solitamente al mattino, quando il soggetto è a stomaco vuoto, per impedire che eventuali sostanze presenti nel cibo possano alterare le condizioni all’interno del sangue. Il campione sanguigno viene successivamente conservato in delle provette sterili, in vetro o plastica, anche mediante l’aggiunta di apposite sostanze coagulanti e conservanti. Di norma sarebbe bene sottoporsi alle analisi del sangue con cadenza semestrale.  
Mostriamo ora rapidamente alcune delle tipologie di esami che, nella vastissima gamma di quelle possibili, sono forse le più richieste:
L’esame dei globuli rossi (RBC) analizza quelle cellule sanguigne dalla conformazione appiattita di un disco, senza nucleo, che hanno la funzione di condurre l’ossigeno alle cellule dei tessuti (tenuto insieme mediante l’emoglobulina), per poi trasportare nuovamente ai polmoni la quantità di anidride carbonica creata. Il numero di globuli rossi si aggira tra i 4,5 ai 6 milioni/mm3 in un uomo normale e tra i 4 ai 5,5 milioni/mm3 in una donna sana (negli atleti impegnati in sport di resistenza fisica, la quantità può scendere di 0,5 milioni/mm3). Quando il valore di globuli rossi nel sangue scende sotto la soglia di riferimento, è presente nel soggetto un’anemia, la cui gravità è correlata all’entità del deficit. Nel caso opposto, l’eccessivo numero di globuli rossi da origine alla polictemia, che spesso denota una disidratazione dell’organismo a causa di patologie che sfociano in diarrea e vomito. Anche l’assunzione di farmaci che contengono il testosterone, o l’insorgere di un enfisema polmonare o di alcune malattie cardiache possono generare un’alta percentuale di globuli rossi nel sangue, così come l’esposizione ad una prolungata attività sportiva agonistica od il vivere in altitudine elevata.
L’analisi dei globuli bianchi (WBC), considera quelle cellule del sangue (i leucociti), che hanno la forma di minuscole masse gelatinose, senza colorazione, con il nucleo all’interno e di dimensione maggiore rispetto ai globuli rossi. La caratteristica dei globuli bianchi è quella di difendere il nostro corpo dagli attacchi di altri microrganismi esterni. La loro azione consiste nel dirigersi nei tessuti in cui dei batteri o delle sostanze estranee si sono introdotte, per poi circondarli ed eliminarli. Altri globuli bianchi ricorrono alla produzione di anticorpi, che riescono a neutralizzare la pericolosità dei virus e dei batteri estranei. Attraverso l’esame della formula leucocitaria, si verificano le caratteristiche ed il numero delle varie tipologie di globuli bianchi presenti nel nostro organismo. Tra di essi troviamo i Neutrofili, i quali proteggono il corpo umano dalle infezioni, soprattutto di origine batterica. Essi sono costituiti da molte proteine e sostanze chimiche che distruggono le membrane dei microrganismi responsabili delle malattie. I valori normali relativi ai neutrofili si aggirano tra il 55% ed il 70%, sia per l’uomo che per la donna. Il decremento dei neutrofili può indicare l’insorgere di vari disturbi, tra cui le infezioni batteriche, come il tifo, il paratifo, la brucellosi e la tubercolosi, od infezioni di causa virale, come l’epatite, la varicella, l’influenza, il morbillo, la mononucleosi infettiva e la rosolia. Anche una malnutrizione od il consumo d’alcool od una malattia del sangue possono determinare un abbassamento dei valori dei neutrofili nel sangue. Nel caso di un incremento di tali valori, la causa potrebbe essere un infezione che investe tutto o parte dell’organismo, ad opera di streptococchi od anche altri batteri, virus e funghi, o l’uso di ormoni steroidei o litio, od anche un’intossicazione dovuta a dei farmaci, come la serotonina o la clorpropamide. Nella fase di gravidanza così come nel periodo successivo alla nascita è considerato naturale e fisiologico un incremento dei neutrofili.
Gli Eosinofili, sono una tipologia di globuli bianchi che difendono il corpo umano dai parassiti. La diminuzione del loro numero (sotto l’1-4%), è connessa ad una cura cortisonica prolungata. Un aumento di eosinofili superiore al normale, testimonia la presenza di malattie come l’asma bronchiale, la febbre da fieno, l’orticaria, l’allergia da farmaci, la scarlattina, la corea, la polmonite, le malattie causate da parassiti, malattie dello stomaco e dell’intestino, le malattie del sangue l’artrite la reumatide e gli avvelenamenti.
I Basofili, la cui prerogativa non è ancora perfettamente compresa, presentano dei valori normali di 0%-1% per donne e uomini. In caso di allergie si registra un aumento del numero di Basofili, i quali contengono l’istamina, questa sostanza, se prodotta in eccesso, genera del prurito o pomfi cutanei, che possono essere combattuti con l’utilizzo di farmaci antistaminici. Nel caso di un decremento dei basofili, le responsabilità potrebbero essere riferite ad alcune malattie come i disturbi alla tiroide, l’orticaria, la febbre da fieno o l’asma. Anche in seguito a cure prolungate con dei farmaci contenenti cortisone o progesterone e durante il periodo di gestazione, si può riscontrare una diminuzione dei basofili.
I linfociti sono a loro volta classificabili in tre sottoclassi, avente ciascuna delle determinate funzioni: I linfociti B sono responsabili della produzione di anticorpi, i quali sono delle molecole fondamentali nel preservare dalle infezioni l’organismo; i linfociti T invece sono importantissimi per la difesa dalle infezioni di tipo virale, grazie all’elaborazione di alcune molecole, capaci di identificare specificatamente le cellule estranee, operando anche nei tumori e nel rigetto dei trapianti.  I valori normali di linfociti nel sangue è di 25%-35% per uomini e donne ed il loro aumento (fisiologico nei bambini di età compresa tra i 4 mesi e i 4 anni), denota una possibile varicella, pertosse, mononucleosi infettiva, morbillo, orecchioni, epatite virale, toxoplasmosi, infezioni croniche, sifilide, morbo di Crohn, morbo di Addson. Durante le cure chemioterapiche e cortisoniche, avviene un decremento di linfociti (linfopenia). Per riconoscere le tre sottocategorie di linfociti presenti nel sangue è indispensabile l’utilizzo di speciali apparecchiature che differiscono dai normali contatori elettronici o microscopi ottici.
E’ doveroso menzionare infine i monociti, che difendono l’organismo da alcune tipologie batteriche, il cui valore normale va dal 3% all’8%. In luogo di un aumento dei monociti è possibile riscontrare la leucemia, l’artrite reumatoide od il tumore dell’ovaie, dello stomaco e della mammella, o la sifilide, la tubercolosi, la brucellosi, la malaria, il tifo, la candidosi, la  mononucleosi infettiva, la colite ulcerativa cronica, mentre la diminuzione dei monoliti non segnala nulla di particolarmente significativo.
Esiste anche la possibilità di verificare la percentuale di parte corpuscolata del sangue (globuli rossi, piastrine e globuli bianchi), attraverso l’esame dell’ Ematocrito (Hct), per diagnosticare ed individuare le varie tipologie di anemia e policitemia.
Per lo stesso scopo si può ricorrere alla Ferritinemia per misurare il livello di ferro nel fegato, e la Sideremia per il ferro presente nel sangue.
Passando all’analisi delle piastrine (PLT), che sono delle masse di forma a disco, determinanti per i processi di coagulazione del sangue, è importante accennare che generalmente i valori di PLT sono alterati in caso di forti emorragie, circolazione rallentata del sangue, problemi alla milza, leucemie o lesioni del midollo osseo, ma molti farmaci di uso comune, come la pillola anticoncezionale e l’aspirina influiscono sui tali parametri. Per verificare lo stato del sistema di coagulazione è possibile ricorrere all’esame della Protrombina (PT) e del Tempo di Tromboplastina parziale (PTT). 
Ora vediamo più da vicino quelle analisi concernenti le sostanze contenute nel sangue, che sono svolte con maggiore frequenza.
Con l’azotemia si determina la percentuale d’urea nel sangue, per testare la salute dell’attività renale ed il corretto apporto di proteine per l’alimentazione. Di norma i valori dovrebbero avere una gamma dai 16 ai 60 md/dl, tenendo conto che nel caso di azotemia alta si possono riscontrare moltissime malattie, tra le quali insufficienza renale, disidratazione, emorragia, ipertensione, diabete, calcoli renali, ipertrofia prostatica, arteriosclerosi, ipertiroidismo, insufficienza cardiaca, traumi con schiacciamento, malattie febbrili, malattie infettive, disidratazione epilessia e altre malattie che interessano il sistema nervoso centrale. A volte la quantità d’urea nel sangue è maggiore in seguito ad un prolungato digiuno, mentre un livello d’azotemia basso può dipendere da una dieta ipoproteica ed eccessivamente basata sui carboidrati. Anche l’esistenza di alcune patologie come l’ipotiroidismo, un’alterazione della funzionalità del fegato od una gravidanza prolungata oltre il termine, sono l’indice di un decremento della concentrazione d’urea nel sangue.
L’esame della concentrazione della bilirubina nel sangue è particolarmente importante per la verifica dell’insorgere di alcune malattie del fegato, come la cirrosi, l’epatite o i calcoli biliari e per testarne l’evoluzione. Di solito all’analisi della bilirubina vengono associati altri esami epatici, come la fosfatasi alcalina (AST) e le transaminasi (ALT).
La bilirubina totale che staziona all’interno del sangue si può suddividere in bilirubina indiretta, la quale ancora non è stata trasformata dal fegato ed è presente in numero più elevato, e la bilirubina diretta, che è già stata dal fegato processata. Una concentrazione alta di bilirubina indiretta è generalmente causato da un´aumentata distruzione dei globuli rossi (emolisi), od altri deficit concernenti la produzione dell’emoglobina (talassemia, anemia perniciosa e falciforme). Anche delle malattie ereditarie che colpiscono la funzionalità del fegato, come la sindromi di Gilbert e Crigler-Najjar od un ittero fisiologico dei neonati (che evidenzia quel caratteristico colore giallodella pelle), od un effetto collaterale dell’assunzione degli steroidi, possono generare un alto livello di bilirubina indiretta. 
L’incremento della bilirubina diretta può invece essere dovuto ad altre malattie ereditarie come le sindromi di Dubin-Johnson e Rotor, o patologie del fegato come cirrosi, epatiti virali ed epatite tossica od ostruzioni delle vie biliari causate da calcoli o tumori del fegato o del pancreas, o ad effetti collaterali di farmaci come la pillola anticoncezionale, antibiotici, steroidi o antinfiammatori non steroidei. I valori normali della bilirubina totale sono: 0,20-1,20 mg/dl, quelli della bilirubina diretta: 0-0,2 mg/dl, la bilirubina indiretta ha come parametri di riferimento: 0,2-0,8 mg/dl.
Durante il lavoro dei muscoli viene prodotta una sostanza chiamata Creatinina, successivamente espulsa con le urine; l’elevato valore di creatinina nel sangue può indicare alcune disfunzioni tra le quali la poliartrite, uno scompenso cardiocircolatorio o l’ ipertiroidismo, mentre in luogo di un decremento si possono riscontrare delle atrofie muscolari, il tumore alla prostata o semplicemente l’inizio di una gravidanza.
Il Colesterolo è un grasso che si trova nel sangue, che deriva anche dal cibo, ma che viene prodotto soprattutto dal fegato, sottoforma di lipoproteine, le quali possono essere a loro volta classificate in lipoproteine a elevata densità (High Density Lipoproteins, HDL) e lipoproteine a bassa densità (Law Density Lipoproteins, LDL).  Il primo dei due viene anche chiamato colesterolo “buono”, per via della sua funzione di “spazzino” delle arterie, in quanto la sua struttura molto grande gli consente di proteggere e ripulire i condotti sanguigni ed in più di ricondurre il colesterolo al fegato, sottraendolo al sangue. L’altro tipo, LDL aumenta invece le probabilità di contrarre un’aterosclerosi.  Nel caso di valori superiori alla norma ci si potrebbe trovare di fronte al diabete, ad un epatite cronica, un’ intossicazione, un ipotiroidismo, un lupus eritematoso, un morbo di Cushing, una  pancreatite acuta; talvolta  l’uso di contraccettivi o lo stato di obesità alzano i valori di tale analisi. Anemie croniche,  epatopatie terminali, ipertiroidismo, morbo di Addison, malnutrizione, malattie neoplastiche sono in genere segnalate da valori di colesterolo inferiori alla media. E’ di vitale importanza calcolare l´indice di rischio cardiovascolare, che è dato dal rapporto fra colesterolo totale e colesterolo HDL, questo valore dovrebbe essere inferiore a 5 per gli uomini e 4,5 per le donne.
Altre sostanze grasse che sono contenute nel sangue sono denominate Trigliceridi, anche essi prodotti nel fegato o suppliti con l’alimentazione. Essi costituiscono una vera e propria scorta d’energia, a cui l’organismo ricorre solo in situazioni di emergenza. Se durante le analisi del sangue si registrano dei valori superiori a quelli normali, il  paziente potrebbe aver contratto un diabete mellito, un epatopatie, o denunciare un’insufficienza renale, un ipotiroidismo, l’ obesità, od una pancreatite acuta; anche il consumo d’alcool può aumentare la percentuale di trigliceridi. Quando  ad  un aumento di trigliceridi si registra anche una forte diminuzione dei valori del colesterolo HDL, le possibilità di infarto e di ictus sono considerevolmente maggiori. Ciò che di solito determina dei valori inferiori alla norma potrebbe essere un anemia, un ipertirodismo, una malnutrizione, la stessa senilità o un digiuno prolungato, come anche l’utilizzo di contraccettivi orali o lo stato di gravidanza e le ustioni.
L’analisi della glicemia segnala la percentuale di glucosio presente nel sangue, i cui valori normali vanno dai 65 a 110 mg/dl. L’incremento del glucosio testimonia la presenza del diabete mellito, che denota uno scorretto utilizzo degli zuccheri da parte dell’organismo, viceversa, una diminuzione dei valori della glicemia è generata a volte da un’intensa attività fisica, un digiuno prolungato, una dieta con pochi zuccheri od alcune malattie come l’ ipotiroiclismo o delle alterazioni a carico del fegato o un’intolleranza al fruttosio.
Altre analisi importanti sono le Transaminasi che interessano il fegato,  La triodotironina (T3) e la tiroxina (T4),ed il TSH, che sono ormoni che concernono la tiroide, le Dhea, che misurano il livello di invecchiamento del nostro organismo, e la VES, che misura il tempo di separazione, nel sangue, dei globuli rossi dal plasma. 
Quando le analisi della VES denotano un valore superiore a quello di riferimento, la causa potrebbe essere un artrite reumatoide, un epatopatie, una gravidanza, un infarto cardiaco, un infezione, un infiammazione, oppure un’insufficienza renale, la leucemia, il morbo di Hodgkin, le neoplasie maligne, un forte shock, la TBC, la tiroidite di Hashimoto, o la toxoplasmosi. 
Passiamo ora alle analisi delle urine, le quali sono in grado di fornirci numerose informazioni circa la salute del soggetto. Molte delle analisi portano a diagnosticare le disfunzioni dei reni, ma le indagini possono mettere in risalto anche tanti altri disturbi (es. diabete, infezioni, epatopatie).
Dal punto di vista funzionale, l’urina è il liquido prodotto dai reni, i quali filtrano il sangue e depurano l’organismo dalle scorie prodotte dal metabolismo. Tramite l´urina vengono in pratica smaltiti dal nostro organismo i prodotti di scarto e l´eccesso di acqua o di sostanze che vi sono disciolte. 
Se si intende effettuare l´esame delle urine “standard", che include sia l´esame chimico fisico che l´esame microscopico del sedimento, è sufficiente generalmente un campione di 10 millilitri.  L´urina viene posta in recipienti di vetro o di plastica sterilizzati, che ovviamente è indispensabile tenere al fresco, fino al momento dell´analisi.
Anche per gli esami delle urine ci sono moltissime tipologie di test, alcuni hanno lo stesso nome di quelli del sangue, tra questi accenniamo brevemente alle caratteristiche relative alle analisi dell’aspetto dell’urina, la quale ci fornisce un indice importante dello stato di funzionamento dei nostri reni. Quando ad esempio il colore dell’urina è molto chiaro, ciò significa generalmente che il soggetto ha assunto molti liquidi e quindi essa è molto diluita. Solo nel caso in cui questa condizione sia accompagnata da atri sintomi ben precisi, come una sete immotivata ed estrema o stanchezza generica o un malessere diffuso, potrebbe essere insorto un diabete o un problema di insufficienza renale.
Un esame importante che è in grado di fornirci delle informazioni circa una possibile sterilità maschile è l’analisi dello sperma. Tale liquido, emesso dall’uomo durante l’eiaculazione, contiene le cellule maschili che hanno la proprietà di fecondare. La causa  di una diminuzione degli spermatozoi,  potrebbe essere un insufficienza testicolare, l’orchite, un’ostruzione del sistema eiaculatorio l’esposizione alle radiazioni, la sindrome di Klinefelter, l’utilizzo di alcuni farmaci, dei calcoli uretrali, delle infezioni, persino degli eccessi sessuali e lo stress fisico.
L’analisi delle feci aiuta ad individuare le infezioni e le patologie che possono riguardare l’intestino, il pancreas ed il fegato. Le anomalie riscontrate con questa analisi, possono essere generate semplicemente dal tipo d’alimentazione, oppure da cause più complesse, come una disfunzione del fegato e del pancreas, fino a malattie più serie come il tumore al colon, che è la parte finale dell’intestino. 
Riassumendo rapidamente, tra i parametri analizzabili nelle feci, è possibile verificare la presenza di batteri, come lo Stafilococco i Vibrioni o le Salmonelle; oppure controllare lo stato della chimotripsina, una proteina i cui valori sono correlati all’insorgere di una fibrosi cistica, di una pancreatite od una calcolosi pancreatica. Anche il colore delle feci, la forma e consistenza relativa, possono indicare l’esistenza di un’epatite o l’emorroidi o enteriti, come anche delle insufficienze pancreatiche e biliari.
Infine è doveroso sottolineare che l’analisi del sangue occulto nelle feci, la quale rileva la presenza di 1ml di sangue contenuto in esse, può fornirci moltissime informazioni circa lo stato di salute del paziente.
Ci sembra opportuno concludere menzionando le caratteristiche proprie di un laboratorio di analisi cliniche, luogo deputato all’esecuzione di quella che viene definita la “medicina di laboratorio”. Innanzitutto tali laboratori possono essere privati o pubblici, i primi svolgono anche solo le attività di prelievo e di analisi di campioni biologici, mentre i laboratori pubblici sono inseriti in una grande struttura, come un istituto di ricerca ospedaliero od un ospedale. Esistono dei settori ben definiti a cui ogni tipologia di laboratorio si riferisce, come l’Ematologia, che studia l’analisi del sangue intero, la  Sierologia, che analizza il siero e che comprende anche la Chimica clinica e l’immunometria. C’è poi il settore relativo alla Microbiologia, che include la Virologia e la Citologia e l’Anatomia patologica. 
I laboratori d’analisi vanno da una produttività di meno di un milione di test per anno, dei piccoli laboratori, all’effettuazione di  2/5 milioni di test dei più grandi. Le fasi in cui il campione biologico viene raccolto nel punto di prelievo, trasferito, analizzato e successivamente conservato sono chiamate: fase preanalitica, in cui esso viene posto in dei contenitori, come il vetrino per le analisi al microscopio od una provetta, o su di un terreno di coltura; fase di analisi vera e propria, con la quale il campione biologico viene posto nell’apposito apparecchio di misurazione, tra cui il microscopio od un analizzatore automatico. Con il primo si procede ad un’analisi manuale, a differenza dell’ automatico, che è un complesso dispositivo in grado di automatizzare completamente od in parte la procedura di trasferimento, dosaggio di reagenti e conversione dei parametri. Ovviamente la tecnologia informatica è necessaria affinché l’immensa mole di dati venga gestita, coordinata e conservata con precisione ed affidabilità. Con la fase post analitica, il campione viene stoccato o cestinato, come rifiuto biologico, nei modi e nei tempi stabiliti dalla legge.
 
 
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