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erboristeria

erboristeria

L’erboristeria è una delle arti più antiche dell’umanità. In termini generali, consiste nel conoscere e riconoscere, raccogliere, coltivare, conservare e preparare per usi terapeutici (ma anche cosmetici e alimentari) le piante e le loro parti.

 

CENNI STORICI

 

Una delle prime manifestazioni della cultura e della sapienza umana è il rapporto con il mondo vegetale: un rapporto fondato su una percezione attenta delle somiglianze e delle corrispondenze tra i nostri misteriosi “fratelli” verdi, immersi nel silenzio e radicati nella terra, e gli altri regni della natura, ovvero il minerale e l’animale, di cui l’uomo è l’ultima espressione. Gli archeologi hanno trovato in Mesopotamia, la “culla” delle civiltà occidentali, tombe antichissime (forse di 60 000 anni fa) che custodivano, insieme a resti umani, quelli di piante destinate ad uso terapeutico. Senza parlare di culture temporalmente e spazialmente troppo distanti dalle nostre, ricordiamo che i papiri medici egizi (il più noto dei quali è senz’altro il Papiro Ebers, databile al 1550 a.C. circa) sono ricchi di osservazioni attestanti una profonda e amorosa conoscenza delle piante e dei loro usi nel trattamento di diverse patologie.
Nella Grecia classica, intorno al V secolo, il pensiero filosofico fece sentire le proprie nuove istanze in discipline e ambiti coltivati da millenni in modo intuitivo, attraverso l’esperienza consolidata nella memoria tradizionale: così lo studio della natura e della medicina si arricchì di concetti che avrebbero guidato le scienze occidentali fino al Rinascimento. Nelle opere di Aristotele (384-322 a.C.) e in quelle attribuite a Ippocrate (460-377 a.C. ca.), il “padre” della medicina occidentale, si precisa il modello quaternario degli elementi (stoicheia): fuoco, aria, acqua e terra, nelle loro qualità intrinseche e nei loro rapporti reciproci, costituiscono la natura nel suo insieme e ciascuna delle sue parti. Ogni specie vegetale è caratterizzata da una diversa combinazione di queste qualità primarie, che nell’organismo animale e in particolare umano corrispondono a quattro umori (chymoi) – al fuoco corrisponde la bile gialla o collera, all’aria il sangue, all’acqua la flemma e alla terra la bile nera o melancolia –: a loro volta gli umori, combinandosi in certe proporzioni dette “temperamenti” (kraseis) o complessioni, determinano un particolare tipo di individuo umano con una data predisposizione a certe patologie (il collerico, il sanguigno, il flemmatico e il melanconico). In questo quadro la salute poteva essere preservata mantenendo il giusto equilibrio di questi umori. Le piante, a seconda dell’elemento predominante nella loro natura (che si manifesta nella loro forma, nel terreno che prediligono, nelle specie animali che le cercano per nutrirsi etc.), erano la risorsa fondamentale, insieme al corretto regime di vita (diaita, da cui “dieta”), per aiutare l’organismo a suonare questa “musica” degli umori.
In epoca romana si svilupparono ulteriormente la medicina “sportiva” (a causa della grande passione per le gare e i giochi pubblici) e quella militare (a causa della politica di conquista che richiedeva un esercito numeroso e addestrato): inoltre l’annessione di vaste aree dell’Europa e dell’Oriente portò alla diffusione della sapienza medica greco-romana in gran parte del mondo conosciuto e reciprocamente ad un arricchimento di questa, grazie alla conoscenza delle tradizioni mediche presenti da secoli nei paesi sottomessi. Da un’opera come il De materia medica di Dioscoride (40-90 ca.) apprendiamo che le conoscenze di erboristeria e di farmacopea “verde” erano enormi (oltre ovviamente quelle relative ad altri campi, come la chirurgia): ad esempio erano molto apprezzate le virtù dell’aglio, utilizzato sia nelle campagne militari (le frizioni di olio d’aglio alle piante dei piedi servivano a stimolare il sistema immunitario in caso di ferite e ad accelerarne la guarigione) che per la sua efficacia nel proteggere da febbri e raffredori; della menta erano note le proprietà digestive, del prezzemolo quelle diuretiche, del basilico la capacità di lenire i crampi.
Questa mole di osservazioni, unita alla griglia filosofico-concettuale cui si è accennato prima, fu consegnata al Medio Evo da Galeno di Pergamo (129-216 – ancora oggi si chiamano preparati galenici i prodotti allestiti dal farmacista stesso nel suo laboratorio), insieme ai numerosi trattati di erboristeria consultati e applicati nei monasteri e, ovviamente, la millenaria tradizionale popolare, vivissima nelle campagne. In questo periodo, inoltre, il diffuso interesse per un’arte esoterica come l’alchima, investì anche la conoscenza e il trattamento delle piante. Come l’uomo si compone di un corpo, un’anima e uno spirito, così i minerali sono costituiti dallo zolfo (anima), dal mercurio (spirito) e dal sale (corpo); analogamente, da una pianta si estrae un olio o anima; lasciando macerare e fermentare si distilla un alcool o spirito: infine dal residuo essiccato si ottiene un sale o corpo. Questi estratti possono essere ulteriormente lavorati e combinati in proporzioni diverse a seconda del farmaco che si vuol preparare. Abbiamo così opere come quelle di Giovanni da Rupescissa (XIV secolo), in cui si fondono l’erboristeria tradizionale, la scienza della natura di Aristotele e l’alchimia “verde” (o spagiria). Ma nel tardo Medio Evo, con la crisi della scuola medica salernitana (nata nell’XI secolo) e dell’influsso islamico (soprattutto le opere di Avicenna, 980-1037), una medicina diversa faceva la sua comparsa: per purificare il corpo dagli eccessi di umori si prescrivevano continuamente emetici e purganti e si faceva un uso indiscriminato dei salassi; inoltre l’erboristeria popolare iniziava ad essere guardata con sospetto, come un’attività non solo fuori del controllo della nascente classe medica universitaria, ma anche fuori dall’ortodossia religiosa. Guaritori e guaritrici di villaggio venivano spesso considerati stregoni, magari perché insieme ad un unguento e a una tisana prescrivevano formule o rituali di probabile origine pagana.
Fu soprattutto il grande medico e alchimista svizzero Paracelso (1493-1541) a conservare creativamente una parte di questa antichissima conoscenza. Pur essendo da altri punti di vista un innovatore (fu tra i padri della iatrochimica, un tipo di medicina di origine alchemica che è in parte alla base della farmacologia moderna), Paracelso sintetizzò molti aspetti della sapienza medica tradizionale in una visione d’insieme ricca e affascinante, anche se con alcuni punti deboli. La sua riscoperta delle corrispondenze classiche aprì la strada al lavoro di Samuel Hahnemann (1755-1843), il fondatore dell’omeopatia. Riprendendo numerosi spunti di Paracelso in chiave più moderna e sperimentale, Hahnemann ad esempio si sofferma sulle somiglianze tra una malattia come la scarlattina, che esaspera i sensi, rende irregolare il polso e congestiona la testa e la gola, e una pianta come la belladonna, dall’aspetto sinistro e velenoso: infatti le sue foglie e radici, se assunte in dosi normali, producono sintomi simili a quelli della scarlattina, ma in diluizioni estreme e quindi in dosi minime è una cura efficace proprio di quella patologia.
Nel corso degli ultimi secoli, i sentieri della medicina “convenzionale” e quelli della fitoterapia (cura con le piante) e dell’erboristeria classiche e moderne si sono divaricati: da un lato si è andati verso i farmaci sintetici, isolando con i metodi della chimica i principi delle piante e brevettando prodotti di laboratorio come l’aspirina (acido acetilsalicilico, la cui origine vegetale è nella corteccia di salice); dall’altro l’omeopatia e altre discipline hanno cercato di preservare le antiche intuizioni dall’attacco della scienza ufficiale. Anche se la farmacologia occidentale moderna sta progressivamente conquistando il pianeta, a tutt’oggi almeno l’80% della popolazione mondiale si cura prevalentemente con le piante e i loro derivati e le tradizioni non occidentali continuano a considerare i corsi di erboristeria una parte essenziale dell’iter formativo in ogni branca della medicina.
Tra gli autori che più hanno contribuito al rinnovato interesse per l’erboristeria in Occidente negli ultimi decenni, vanno citati sicuramente l’austriaca-ceca Maria Treben (1907-1991) e il francese Maurice Méssegué (1921-).
La Treben è degna di menzione soprattutto per il suo lavoro di recupero dell’erboristeria popolare europea (La salute dalla farmacia del Signore è il titolo del suo libro più famoso) e per la sua divulgazione d’alto livello attraverso numerosi seminari e conferenze.
Per quanto riguarda Méssegué, nonostante le critiche e poi le denunce dell’Ordine dei Medici – o forse proprio per questo, perché offriva un’alternativa alle terapie convenzionali –, a lui si rivolsero personaggi di grande levatura intellettuale come i politici Winston Churchill e Konrad Adenauer e lo scrittore Jean Cocteau. Sostenitore di un approccio dolce, in cui risultano fondamentali la prevenzione e la scelta di una dieta e di uno stile di vita adeguati, è noto soprattutto per aver impresso un significativo sviluppo ai trattamenti esterni, in cui i principi attivi dei vegetali vengono assorbiti dall’epidermide (ad esempio con un lavaggio delle mani o dei piedi tramite pediluvio), e per aver fondato le prime beauty farm di concezione moderna (fu anche uno dei maestri della cosmesi “alternativa” o naturale). Nel 1994 fondò l’Institut Maurice Méssegué, all’avanguardia nello studio e nella pratica dell’erboristeria applicata ai suoi molteplici campi (in particolare fitoterapia e cosmesi).
Al di là di figure come Maria Treben e Méssegué, da diversi decenni (e soprattutto dagli anni ’60-’70 del Novecento in poi) l’Occidente sta cercando di riscoprire, parzialmente e a volte confusamente, l’approccio tradizionale (presente nell’Occidente stesso prima della Rivoluzione scientifica e industriale e nelle culture “altre” che lo hanno conservato nei secoli senza significative interruzioni o modifiche) al mondo vegetale e in genere alla natura. In questo approccio l’erboristeria, con la sua sapienza fatta di osservazione ed esperienza, capacità di intuire i tempi giusti e di misurare i giusti equilibri, le giuste dosi, adattandosi alle esigenze specifiche dell’individuo (alla sua età, al suo sesso, alla sua “complessione” o tipologia fisiologica, alla sua condizione psicofisica generale etc.), non può che svolgere un ruolo di primissimo piano.

 

 

SCUOLE DI FORMAZIONE, UNIVERSITA´ E CORSI DI AGGIORNAMENTO


Oltre ai numerosi corsi accessibili in Italia (anche online), non poche facoltà di Farmacia prevedono la possibilità di veri e propri corsi di laurea in erboristeria. La formazione dello studente include materie come biologia, chimica, farmacologia, tossicologia e altre discipline e mira a sviluppare le seguenti competenze: tecniche di coltivazione delle piante, di miglioramento genetico e di conservazione del germoplasma; conoscenza dei principi attivi e delle possibili applicazioni in campo terapeutico e alimentare; le varie operazioni di trattamento delle piante officinali, dalla raccolta alla fabbricazione dei prodotti; i processi di progettazione, direzione, sorveglianza, controllo e certificazione della lavorazione delle piante officinali; le attività di distribuzione e approvvigionamento; la commercializzazione dei prodotti e gli aspetti legali-deontologici della professione di erborista.

 

 

PRESENZA IN ITALIA ED EFFICACIA SULLA POPOLAZIONE

 

Da un certo punto di vista la tradizione erboristica e fitoterapica, con le sue radici nella medicina antica dotta e popolare, non si è mai estinta in Italia: ma un interesse diffuso nei suoi confronti si è riacceso nell’ambito della riscoperta, tutta novecentesca, delle medicine “alternative” a quella occidentale ufficiale o convenzionale. Anche in centri minori la presenza di erboristerie vere e proprie o di farmacie con settori dedicati ai preparati vegetali – di fabbricazione industriale o galenica – è piuttosto familiare, e spesso prodotti come gli integratori naturali o i fitoterapici vengono prescritti, insieme a farmaci e all’interno di terapie convenzionali, anche da medici non specializzati in discipline “complementari”. A volte la combinazione di erbe e farmaci convenzionali è dannosa (ad esempio gli effetti di alcuni antidepressivi come il Prozac sono amplificati dall’iperico, un antidepressivo “verde” molto popolare): di conseguenza è opportuno vigilare sulle interazioni, la posologia e gli altri aspetti da considerare in una corretta prescrizione. Tra l’altro molte terapie convenzionali vedono esaltata la loro efficacia se integrate con preparati fitoterapici, ed è quindi interesse del medico e del paziente studiare un impiego sicuro e vantaggioso di questi prodotti.

 


TRATTATO DESCRITTIVO

 

L’erboristeria è l’arte che per così dire abbraccia, sia per la sua venerabile antichità che per la sua priorità metodologica, tutte le forme di fitoterapia (cura con le piante) e fitofarmacia (preparazione dei rimedi vegetali). Le sue operazioni semplici e sapienti sono alla base della medicina tradizionale, ma anche di buona parte della cucina e della cosmesi popolare. Le piante utilizzabili per la produzione di farmaci o di aromi vengono genericamente indicate come piante officinali: quelle da cui si ricavano sostanze di efficacia terapeutica sono più precisamente chiamate piante medicinali. I vegetali vengono raccolti allo stato selvatico o coltivati in orto: in entrambi i casi è necessario conoscere i tempi dell’anno e del mese in cui vanno seminati o germinano o spuntano o attraversano determinate fase della crescita e della vita (e quindi il calendario solare e lunare di ogni pianta, ovvero il rapporto tra il mondo celeste, pianeti e costellazioni, e il mondo terrestre, l’ambiente in cui terra, aria e acqua si combinano sotto l’impulso del fuoco – l’energia sottile e luminosa – per dar vita ad una specie vegetale). Bisogna poi distinguere la natura e l’utilità delle singole parti e predisporle a preparazioni diverse: alcune andranno trattate fresche, altre essiccate.

I metodi di preparazione comprendono alcune operazioni generali che vanno poi specificate non solo per la singola pianta, ma anche per la terapia che si vuol prescrivere e non di rado per il paziente a cui andrà somministrata. Qui siamo già nel campo della fitoterapia (dal greco phyton, “pianta”, “cura con le piante”) e della fitofarmacia (preparazione di farmaci con le piante): ricordiamo brevemente alcuni dei prodotti dell’erboristeria classica e moderna.
Le tinture sono preparati liquidi estratti con un solvente alcoolico (tra l’altro gli stessi distillati alcoolici nascono proprio nell’ambito delle ricerche alchemiche sulle piante e i minerali). Se il solvente è una base di glicerina si chiameranno glicerati. Gli oli essenziali o eterici vengono estratti tramite distillazione e separazione. Con gli oli ed altri estratti, opportunamente mescolati a cera d’api, resine o altri prodotti vegetali, si ottengono i balsami.

Le tisane sono tra i modi più semplici di preparare rimedi vegetali pronti da assumere: si hanno decotti quando le parti più coriacee della pianta (corteccia, radice, semi) vengono immerse in acqua che poi è portata a ebollizione e fatta sobollire, lasciando infine macerare il tutto e filtrando; si hanno infusi se sulle parti morbide (foglie o fiori) si versa acqua bollente e si lascia riposare prima di filtrare (volendo trarre maggior beneficio dagli oli volatili si può bere l’infuso più rapidamente).

Altri preparati per uso interno sono le capsule (che contengono la polvere essiccata della pianta), le compresse (in cui la polvere è pressata insieme a sostanze leganti), le losanghe (pastiglie solubili), gli sciroppi e le supposte. Per l’uso esterno abbiamo gli impacchi (l’estratto vegetale viene applicato sulla pelle tramite una pezzuola o direttamente), la fomentazione (simile all’impacco, di solito si fa con l’infuso o il decotto), i cataplasmi (il prodotto vegetale viene mescolato con una base pastosa e posto sull’area del corpo da curare tra due pezzuole), i suffumigi (la pianta o i suoi oli vengono versati in acqua bollente e i vapori vanno inalati).
Sebbene alcuni medici e farmacisti preparino fitofarmaci galenici seguendo precetti della tradizione – magari alla luce dell’erboristeria moderna – buona parte dei prodotti reperibili sul mercato sono di fabbricazione industriale: non solo i fitoterapici, ma anche i prodotti erboristici veri e propri, gli integratori alimentari etc. Così, oltre a risultare più accessibili ad un maggior numero di fruitori, tali rimedi sono sottoposti a controlli di sicurezza più efficaci, soprattutto se si tratta di sostanze ricavate da piante potenzialmente tossiche (ricordiamo che in greco pharmakon vuol dire sia “veleno” che “medicina”). Ma c’è il rischio che il carattere “alternativo” di questa disciplina-arte rispetto alla medicina convenzionale venga minimizzato e soprattutto che, invece di riportare l’Occidente ad un rapporto armonioso col mondo vegetale e naturale in genere, l’erboristeria diventi solo una “specialità” terapeutica tra le altre sugli scaffali della farmacia o addirittura del supermercato.
 

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