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Neuropsichiatria infantile

Neuropsichiatria infantile

La neuropsichiatria infantile è una branca specialistica della medicina che si occupa dello sviluppo neuropsichico e dei suoi disturbi, neurologici e psichici, nell’età fra zero e diciotto anni. Tradizionalmente in Italia il neuropsichiatra infantile è il referente per lo sviluppo psicomotorio e le sue difficoltà e per le condizioni di handicap neuropsichico. 

I CENNI STORICI
 
Nata nel secondo dopoguerra come subspecializzazione della neuropsichiatria (Clinica delle malattie nervose e mentali) in Italia è rimasta unificata mentre altrove ha seguito le vicende del settore adulti, che negli anni ´70 si è suddiviso in psichiatria e neurologia. Anche nel campo adulti è in atto però una spinta alla riunificazione, che già trova un contenitore nella voce ´neuroscienze´ che fa riferimento alla ricerca biologica sul ´cervello´ e il suo funzionamento. In effetti però gli specialisti per lo più si sono perfezionati in un solo settore, anche per la crescente complessità della materia, che difficilmente può essere affrontata complessivamente ad alto livello da una singola persona. A loro volta sia neurologia che psichiatria si suddividono in altre sub-specializzazioni, specialmente a livello di centri universitari, per cui in neurologia troviamo subspecializzazioni in neurofisiopatologia, epilettologia e simili, mentre in psichiatria troviamo orientamenti neuropsicologici, psicoterapici, psicofarmacologici, raramente uniti in un singolo specialista. Come per il campo della psichiatria generale, diverse correnti di pensiero hanno attraversato la neuropsichiatria infantile influenzando nel corso di vari decenni gli orientamenti di base e le impostazioni scientifiche e metodologiche prevalenti. Si sono succedute così ´idee dominanti´, dapprima quella psicoanalitica, poi quella biologico-cognitivista che per così dire tendono, o hanno teso, a monopolizzare gli orientamenti dei più, con l´effetto sgradevole di mode o imposizioni, più che di un confronto e dibattito realmente scientifico. Al movimento antipsichiatrico che nella psichiatria adulti portò alla chiusura dei manicomi e alla riorganizzazione dei servizi sul territorio, o almeno al tentativo di farlo, è corrisposto nel settore infanzia (e adolescenza), come linea di tendenza che ha unificato operativamente le diverse spinte esistenti, un movimento per l´integrazione nelle scuole, in classi normali, dei soggetti variamente disabili che prima erano inseriti invece in classi speciali o istituti speciali, differenziali, come avviene tuttora in altri paesi del mondo occidentale. Come per la legge 180 nel ´78 nel settore adulti, che ha sancito la Riforma Psichiatrica, questa evoluzione ha trovato riscontro nella promulgazione della Legge 104 del 1992 sui diritti delle persone handicappate ed ha fortemente improntato l´organizzazione dei servizi per più di un decennio. Indubbiamente questo ha influenzato fortemente l´operatività dei neuropsichiatri infantili, specialmente a livello dei servizi territoriali, in un lavoro strettamente collegato con le scuole e in stretta collaborazione con professionalità non mediche, quali quelle dei logopedisti, fisioterapisti, assistenti sociali, educatori oltre che insegnanti curricolari e di sostegno. Da molte parti sembra oggi di intravedere i segni di una riorganizzazione, sulla spinta delle aree di inefficienza e della mancata risposta a problemi emergenti, come ad esempio per quanto riguarda l´area dell´adolescenza e in particolare dello scompenso adolescenziale, oltre che per i complessi problemi posti dall´ondata immigratoria. 
Due i nomi ai quali è legata in Italia la nascita della Neuropsichiatria Infantile: Sante De Sanctis e Giuseppe Montesano. Una terza persona fu molto incisiva in questo campo, Maria Montessori, che però passò presto ad occuparsi dello sviluppo del bambino normale. Un momento importante fu quello in cui De Sanctis, alla chiusura del 16° Congresso della Società di Freniatria Italiana, nel 1922, difese ufficialmente la disciplina e ne chiese in modo deciso l’autonomia. A Genova Ugo Cerletti aprì nel 1930 il primo reparto universitario di Neuropsichiatria Infantile, seguito poco dopo da De Sanctis, il quale, appena chiamato a dirigere la Clinica Neuropsichiatrica di Roma, vi aprì una Sezione per la Neuropsichiatria Infantile. Nel 1956 furono assegnate poi le prime docenze e sempre in quegli anni aperte le prime scuole di specializzazione, nel 1959 a Roma, nel 1960 a Genova, nel 1962 a Pisa. Molti CMPP furono aperti allora, così come numerosi Istituti Medico-Psico-Pedagogici per ragazzi e bambini in difficoltà. Negli anni Sessanta, quindi, vari atenei inserirono l’insegnamento della Neuropsichiatria Infantile come materia complementare nel corso degli studi medici, istituendo poi cattedre di ruolo, la prima delle quali a Messina (1963), con Franco De Franco, la seconda a Roma (1965), con Giovanni Bollea. Oggi quasi tutte le università italiane hanno l’insegnamento della Neuropsichiatria Infantile, con cattedre di ruolo e diversi sono i reparti per le degenze, riservati a soggetti in età evolutiva con patologia neuropsichiatria, reparti con annessi day hospital, ambulatori e così via. Anche sul territorio la disciplina è collocata in modo abbastanza uniforme (Unità Operative di Neuropsichiatria Infantile dell’Infanzia e della Adolescenza), in modo tale da garantire un servizio qualificato e abbastanza capillare.
 
 
LE SCUOLE DI FORMAZIONE, UNIVERSITA’ E CORSI DI AGGIORNAMENTO
 
Per diventare professionisti nel settore bisogna prima conseguire la laurea in medicina e chirurgia e poi accedere alle scuole di specializzazione universitaria in Neuropsichiatria infantile della durata di 5 anni. In pratica, con questo percorso, si diventa lo specialista dell´handicap e della sua gestione globale, nel suo ruolo di consulente per le scuole previsto dalla Legge 104/92, e di referente per le famiglie per tutti i problemi connessi. E´ da notare che non vi è una figura corrispondente per l´assistenza all´handicap negli adulti.  Il gruppo di lavoro in neuropsichiatria infantile, o Salute Mentale dell´Infanzia e dell´Adolescenza, è costituito normalmente da diverse figure professionali esperte in età evolutiva, come lo psicologo dell´età evolutiva, il terapista della neuro e psicomotricità dell´età evolutiva, il logopedista, l´educatore, l´assistente sociale, l´infermiere e altri. Nei gruppi di lavoro costituiti per l´integrazione scolastica delle persone handicappate che si riuniscono periodicamente per la definizione e la verifica dei PEI (Piani Educativi Individualizzati) è presente anche la figura dell´insegnante di sostegno e dell´assistente scolastico accanto a quella degli insegnanti curricolari, in ogni ordine di scuola. Gli ambiti assistenziali in cui opera il neuropsichiatra infantile sono: l´ospedale, più o meno collegato con l´università, per la diagnosi e la cura delle forme morbose complesse e delle malattie rare o acute e i servizi territoriali delle ASL per l´assistenza globale. Il neuropsichiatra infantile svolge la funzione di CTU (consulente tecnico d´ufficio) su incarico del Tribunale di ogni ordine e grado, su quesiti specifici dei giudici, in particolare in merito alle questioni di affidamento di minori nelle separazioni genitoriali conflittuali o nelle situazioni di abusi o trascuratezza, oltre che nella definizione dei provvedimenti di tutela quali l´interdizione, l´inabilitazione e, più recentemente, l´amministrazione di sostegno.
In Italia sono presenti scuole di specializzazione universitaria in Neuropsichiatria infantile presso le seguenti sedi: Verona, Modena, Genova, Catania, Padova, Parma, Brescia, Bologna, Cagliari, Firenze, Milano Università degli Studi, Milano Bicocca, Palermo, Pisa, Roma La Sapienza, Roma Tor Vergata, Roma Cattolica Sacro Cuore, Pavia, Torino, Perugia, Messina, Bari, Seconda Università degli Studi di Napoli.
 
 
PRESENZA IN ITALIA ED EFFICACIA SULLA POPOLAZIONE
 
L´interesse dei pediatri di famiglia per le problematiche psico-sociali che riguardano i loro assistiti sta assumendo una sempre maggiore rilevanza, perché queste rappresentano oggi un settore di grande rilievo socio-sanitario, nei confronti del quale gli stessi pediatri dimostrano un´ accresciuta sensibilità e competenza.
Con la diminuzione della mortalità e morbilità infantile, emergono situazioni di disagio che sono chiamate le "nuove morbilità", per le quali è necessaria una grande capacità di lettura del sistema relazionale bambini, famiglia, ambiente. Queste nuove e rilevanti morbilità dell´infanzia e dell´adolescenza richiedono un approccio più articolato e complesso, sia per quanto riguarda l´iter diagnostico che per le possibilità di intervento terapeutico.
Tale approccio comporta, per le figure professionali coinvolte, adeguati percorsi formativi sia all´interno della formazione complementare sia di quella permanente.
Accanto alla pediatria tradizionale focalizzata sul bambino, centrata sulla prevenzione delle malattie, sulla correttezza della diagnosi e sull´adeguatezza della terapia, sul raggiungimento del benessere fisico, sta emergendo la consapevolezza di doversi orientare verso una pediatria definita "ecologica" che tenga conto del ruolo della famiglia, della comunità, dell´ambiente e delle scelte politiche e che sappia, quindi, affrontare in modo unitario un discorso clinico che comprenda soma, psiche ed ambiente.
Al pediatra di famiglia è affidato l´importante compito della tutela sanitaria all´infanzia, che si attua all´interno dell´Area Pediatrica, definita come complesso di spazi e servizi adattati alle esigenze psico-affettive del bambino e della sua famiglia e come complesso di prestazioni fornite da operatori specificamente formati e preparati.
Il pediatra di famiglia ha il compito di attivare e di essere quasi il regista di quel processo organizzativo, definito come percorso assistenziale volto a risolvere in modo appropriato ed efficace i problemi sanitari, e sociosanitari, dei suoi assistiti.
Spetta, invece, ai livelli distrettuale, aziendale, regionale e nazionale garantire che non ci siano ostacoli organizzativi e normativi all´affermazione piena del diritto alla salute.
La salute mentale dell´infanzia, la sua promozione, e l´utilizzo corretto degli psicofarmaci in età pediatrica, e più in generale l´organizzazione territoriale della neuropsichiatria infantile meritano una riflessione più ampia.
Sostenere il diritto dei bambini affetti da problemi neuropsichiatrici di ricevere la necessaria assistenza sanitaria significa che pediatri di famiglia e neuropsichiatri infantili debbono incontrarsi e dialogare su aspetti concreti.
È necessario che entrambe le figure professionali, anche se in tempi e con ruoli diversi, collaborino per trovare strade comuni e condivise per rendere più facile e produttivo il lavoro, attraverso progetti formativi, costruzione di linee guida, identificazione di percorsi assistenziali per le patologie di comune interesse e corresponsabilità, come sta già avvenendo in alcune Regioni.
Significa, cioè, identificare, anche a livello istituzionale, un percorso che veda unite la pediatria di famiglia e la neuropsichiatria infantile. Prendendo ad esempio la Sindrome da Deficit di Attenzione con Iperattività (ADHD), una priorità è l´identificazione del corretto percorso assistenziale dei bambini con sospetto e confermato ADHD, cioè chi fa cosa, e dove.  Nel Sistema Sanitario Italiano vige il modello dell´integrazione dei servizi e delle competenze. In questa specifica situazione si pone come priorità l´identificazione concordata tra pediatri e neuropsichiatri di linee guida condivise, che portino all´individuazione e attuazione del corretto percorso assistenziale.
Esistono già linee guida basate sull´EBM (Evidence-Based Medicine), licenziate dalle più autorevoli società pediatriche e neuropsichiatriche internazionali.
L´ADHD è una patologia territoriale, come la maggior parte delle malattie neuropsichiatriche, ed in tale contesto deve essere inquadrata se si vuole operare correttamente e con chiare e visibili ricadute concrete in termini di efficacia ed efficienza.
La Federazione Italiana Medici Pediatri (FIMP), ritiene che i pediatri debbano esercitare, così come in sistemi sanitari diversi dal nostro, un ruolo importante in questo percorso, senza sostituirsi ai neuropsichiatri infantili. I pediatri di famiglia, infatti, che hanno la conoscenza diretta della famiglia e del bambino, rappresentano il primo livello assistenziale.
Dovranno essere in grado di interpretare qualitativamente dati anamnestici e comportamentali e di eseguire un´intervista strutturata o semi-strutturata che potrà terminare anche con il DSM-IV (Diagnostic and Statistical Manual, il manuale diagnostico e statistico utilizzato per classificare i disturbi mentali sulla base di caratteristiche descrittive, elaborato dall´ American Psychiatric Association), o altro sistema ritenuto idoneo, potendo formulare il sospetto diagnostico per l´attivazione della consulenza neuropsichiatria infantile e il successivo coinvolgimento di tutte le altre figure necessarie all´ulteriore processo diagnostico e terapeutico.
 
 
TRATTATO DESCRITTIVO
 
L’esame neurologico del bambino va differenziato a seconda dell’età del piccolo paziente, variando significativamente quando riguarda il neonato, il lattante, l’età infantile o l’adolescenza. Un buon esame neurologico deve essere sempre integrato da un’attenta anamnesi nei suoi vari aspetti. Le informazioni che si possono ricavare da una storia clinica dettagliata consentono un approccio diagnostico alla malattia in questione altamente significativo. Dall’anamnesi bisogna ricavare notizie relative a malattie presenti nella famiglia, ma anche la storia clinica della gravidanza, con eventuali anomalie che hanno interessato la placenta. Importanti sono anche i primi movimenti alla nascita, quando è stato emesso il primo vagito, quale era il colorito del neonato, se il pianto del bambino poteva considerarsi valido. Notevole importanza riveste poi il peso alla nascita, è noto che un bambino con peso molto basso alla nascita abbia maggiori probabilità di danno celebrale. Nel bambino bisogna valutare il momento in cui sono iniziati i segni del danno celebrale e stabilire se il danno è rimasto stabile o se è progredito nel tempo.
 
Esame neurologico neonatale
Una valutazione neurologica può essere compiuta già nelle prime ore successive al parto. L’esame approfondito va eseguito immediatamente, alla nascita, e durante le prime 24 ore di vita del neonato. Per ottenere una valutazione completa poi è necessario ripetere l’esame al terzo giorno di vita, dopo un periodo di adattamento del soggetto alla vita extrauterina e di stabilizzazione dei vari parametri biochimici e metabolici. Comunque è opportuno ripeterlo quando si manifestano anomalie o si sospettano deficit. Sarebbe meglio esaminare il piccolo in un ambiente ben illuminato e riscaldato, in un momento distante dalla poppata (circa 2 ore) per evitare che lo stato di rilassamento postprandiale o la frequente irrequietezza che precede il momento dell’assunzione dell’alimento influenzino le risposte. 
Si osservano: il comportamento spontaneo durante i diversi stadi di vigilanza, il pianto ed una serie di prove atte a valutare il tono e la forza muscolare, i riflessi e le risposte motorie agli stimoli e , più in generale, la capacità e la qualità di interazione con l’esaminatore.
Dell’esame generale fanno parte anche la valutazione sulle dimensioni del cranio (circonferenza normale 35 cm), l’eventuale presenza di macchie cutanee, la facies e l’aspetto generale (forma ed atteggiamento degli occhi o la loro distanza, forma dell’iride, caratteristiche dei capelli o presenza di ciuffi anomali, dimensione del naso, il fegato, la milza e gli altri organi (presenza di soffio cardiaco, forma e dimensione dei genitali).
 
Esame neurologico nella prima infanzia
In tale esame si ricercano accuratamente e rigorosamente i comuni segni neurologici indicativi di patologia, valutando sistematicamente lo sviluppo psichico, motorio e comportamentale del soggetto. L’esame neurologico in questa fase della vita del paziente è opportuno svolgerlo in presenza della madre, chiedendone la collaborazione attiva. Si può procedere con la madre accanto al lettino dove giace il bambino oppure, se il bambino rimane seduto, sulle gambe della madre o accanto ad essa. Alla madre viene chiesto di giocare col bambino o svolgere semplice funzione di rassicurazione. L’osservazione generale interessa il capo, la cute, il torace, il cuore, l’addome, gli organi ipocondriaci, l’apparato osseo ed articolare ed i genitali.
Poi ci sono le valutazioni delle varie fasi dello sviluppo.
- Sei mesi
Si osserva la postura del bambino, se riesce a stare seduto senza appoggio esterno, puntellandosi con gli arti inferiori. Attenzione si rivolge alla motilità, se il bambino è capace di raggiungere gli oggetti con la mano ed è in grado di afferrarli. Si valutano anche i vari tipi di riflessi.
- Dodici mesi
L’analisi verifica se il bambino si alza in piedi e muove i primi passi autonomi, se la manipolazione avviene correttamente con uso preferenziale della mano destra, se pronuncia le prime parole, se è capace di riconoscere i familiari a distanza e comprende il significato di frasi semplici.
- Ventiquattro mesi
Bisogna valutare se è capace di correre, saltare, salire le scale e calciare la palla. Se è capace di usare il bicchiere ed il cucchiaio, se costruisce torri e cubi, se inizia a scarabocchiare. Il vocabolario deve includere 100 parole con formulazione di frasi comprendenti un verbo. In questa fase deve conoscere le parti del proprio corpo ed ha il senso dello spazio.
 
Esame neurologico nella seconda e terza infanzia
A partire dal terzo anno di vita l’esame neurologico si avvicina sempre più a quello dell’adulto, divenendo del tutto sovrapponibile a questo intorno all’età scolare ( 6 anni circa). 
Di solito i bambini non amano essere svestiti e quindi questa procedura dovrebbe essere richiesta e poi eseguita a tappe successive valutando per ciascun bambino il momento più opportuno e cominciando possibilmente dalle scarpe e dalle calze per esaminare bene sin dall’inizio il movimento dei piedi e delle gambe. 
La valutazione neurologica vera e propria segue un ordine predeterminato: prima in posizione seduta ed in piedi, poi la valutazione dell’andatura e quella in posizione prona o supina.
Durante l’esame del bambino in posizione seduta si osservano: la motilità spontanea, i riflessi tendinei, i riflessi cutaneo – mucosi, il trofismo muscolare, il tono muscolare, la forza muscolare, tronco e capo, la sensibilità (tattile e dolorifica), la valutazione dei nervi cranici (olfattivo, ottico, oculomotori, trigemino, facciale, vestibolo cocleare, vago, accessorio).
Durante l’esame in posizione eretta si osservano: la postura, la motilità spontanea, la postura con braccia tese, la presenza di movimenti involontari, i movimenti in generale, la coordinazione.
Infine durante l’esame dell’andatura e della stazione eretta si osservano: l’andatura, la deambulazione su una linea dritta, la deambulazione in punta di piedi, la deambulazione sui talloni, la stazione eretta su un piede, il salto su un piede e la presa di una palla.
Gli ambiti della neuropsichiatria infantile sono:
- Neurologia dell´età evolutiva
- Paralisi cerebrale infantile
- Malattie neuromuscolari (es. distrofia muscolare, amiotrofia spinale)
- Cefalee dell´età evolutiva
- Epilessia
- Traumi cranici
- Tumori cerebrali infantili
La Psichiatria dell´età evolutiva si occupa di:
- Ritardo mentale
- Disturbi dello sviluppo psicologico
- Disturbi dell´apprendimento
- Disturbi del linguaggio
- Autismo infantile e psicosi dell´età evolutiva
- Disturbi del comportamento alimentare (anoressia e bulimia in età evolutiva)
- Depressione nell´infanzia e nell´adolescenza
- Disturbi della personalità nell´infanzia e nell´adolescenza
- Disturbi del comportamento, dell´emotività e del funzionamento sociale
- Scompenso adolescenziale
- Neurologia dell´età evolutiva
 
La paralisi cerebrale infantile
La paralisi cerebrale infantile è un disturbo persistente ma non progressivo della postura e del movimento dovuto ad alterazioni della funzione cerebrale infantile prima che il sistema nervoso centrale abbia completato il suo sviluppo. La paralisi cerebrale infantile rappresenta l’esito di una lesione del sistema nervoso centrale che abbia comportato una perdita più o meno estesa di tessuto cerebrale. Le manifestazioni della lesione sono caratterizzate prevalentemente, ma non esclusivamente, da un’alterazione delle funzioni motorie. L’evento lesivo può aver avuto origine in epoca prenatale, perinatale o postnatale, ma in ogni caso entro i primi tre anni di vita del bambino, periodo di tempo in cui vengono completate le principali fasi di crescita e sviluppo della funzione cerebrale nell´essere umano.  Il disturbo è definito come persistente, in quanto la lesione a carico del cervello non è suscettibile di “guarigione” in senso stretto, ma la patologia non tende al peggioramento spontaneo perché la lesione stessa, sostituita da tessuto cicatriziale, non va incontro a fenomeni degenerativi. Le manifestazioni della malattia, comunque, non sono fisse, perché i sintomi mutano nel corso del tempo e possono beneficiare di un trattamento di tipo riabilitativo o, nei casi più gravi, chirurgico. La paralisi cerebrale infantile non è un disturbo omogeneo, poiché la patologia può assumere livelli diversi di gravità e manifestarsi in forme anche molto differenti l’una dall’altra. La classificazione più seguita a livello internazionale è basata su criteri che combinano la localizzazione topografica delle difficoltà motorie (es. difficoltà a livello di un emilato corporeo) con le caratteristiche anomale del movimento (es. ipertonia di tipo spastico). Le forme tetraplegiche risultano le più frequenti, assommando a circa 1/3 di tutti i casi di paralisi cerebrale infantile.
Classificazione in base alla sede del disturbo motorio.
- Tetraplegia (disturbo del controllo motorio del tronco e dei quattro arti).
- Emiplegia (disturbo del controllo motorio di un emilato).
- Diplegia (disturbo del controllo motorio dei quattro arti, ma prevalente agli arti inferiori.
L’interruzione delle vie ascendenti e discendenti del midollo spinale, per un trauma, un processo tumorale o un´ischemia determina una paralisi degli arti inferiori e nei casi più gravi, anche di quelli superiori.  Si parla di tetraplegia se la zona del midollo spinale colpita è quella cervicale, di paraplegia se invece la zona ad essere colpita è quella dorsale o lombare.  Le lesioni spinali possono essere:
- complete,
- incomplete generalmente una lesione che consente al paziente di mantenere una parte della sensibilità o della possibilità di controllo motorio al di sotto del livello neurologico della lesione.
Ai danni motori e sensitivi si aggiungono una serie di problemi viscerali tra cui la perdita di sensibilità e motilità degli sfinteri che comporta la difficoltà delle persone colpite da questo tipo di paralisi ad espletare le normali funzioni corporali, infatti nella maggior parte dei casi urinare spontaneamente diventa impossibile (vescica neurologica), lo sfintere vescicale essendo un muscolo volontario non funzionando lo rende impossibile. Si deve in questi casi ricorrere all´utilizzo di un catetere estemporaneo che permette di svuotare la vescica completamente e al bisogno. Anche le funzioni intestinali sono compromesse, venendo a mancare parte dei muscoli addominali, la sensibilità e il controllo dello sfintere anale, muscolo volontario, la maggior parte delle persone deve ricorrere all´aiuto di manovre manuali per riuscire ad ottenere uno svuotamento dell´ampolla.
Oggi non esiste ancora una cura per la paralisi causata da danni al midollo spinale, esistono però studi di rigenerazione del sistema nervoso centrale, basati sulle cellule staminali. A supporto di questi studi, negli ultimi anni sono nate importanti organizzazioni no-profit per la raccolta fondi finalizzati al finanziamento della ricerca scientifica, fondate molto spesso da persone con lesione midollare.
 
Tetraplegia da lesione cerebrale 
Una lesione cerebrale in età infantile precoce (paralisi cerebrale infantile) o in epoche successive della vita provoca una tetraplegia se vengono danneggiate estesamente le aree encefaliche deputate al controllo della motilità volontaria. Nell´ambito della paralisi cerebrale infantile i termini tetraplegia e tetraparesi sono di fatto sinonimi, poiché la paralisi completa del movimento (tetraplegia) in questa patologia è un evento rarissimo. I pazienti necessitano di un´assistenza quotidiana in quanto quasi totalmente non-autosufficienti negli spostamenti, nell´alimentazione, nel vestirsi e nell´espletare i bisogno fisiologici. Inoltre le complicanze respiratorie rendono precaria la salute generale. La emiplegia è un deficit motorio che interessa un emilato. Nei primi mesi di vita si evidenzia una asimmetria negli schemi motori del bambino; deambulazione in lieve ritardo poi vistosamente asimmetrica, difficoltà nell´uso della mano paretica nell´esecuzione di prassi e fini e nella presa con forza. Nel caso di emiparesi destra è frequente il mancinismo vicariante e problemi dello sviluppo linguistico.
Per quanto riguarda l´emiplegia nell´adulto, essa può essere dovuta a varie cause:
- vascolari (ictus o emorragia)
- traumatiche
- tumorali
- degenerative
- infettive
- malformazioni
I segni si possono manifestare all´improvviso oppure in modo graduale. Le fasi dello sviluppo dell´emiplegia sono sostanzialmente due: fase acuta in cui prevale una paralisi flaccida e dura mediamente dalle 2 alle 6 settimane, e fase sub-acuta in cui prevale la paralisi spastica e i segni vanno in contro a stabilizzazione. In questa fase si manifestano sincinesie o sinergie, reazioni associate ed è possibile un recupero motorio funzionale.
I segni secondari che caratterizzano l´emiplegia sono: 
- motori: vi è un deficit di reclutamento delle unità motorie;
- iperreflessia definita come abnorme reazione al riflesso da stiramento dovuta ad una mancata inibizione del sistema piramidale (danneggiato);
- comparsa dei riflessi primitivi per mancata inibizione di questi (riflesso di babinsky, riflessi tonici del collo, estensione crociata...);
- lentezza delle risposte muscolari dovuta ad una prevalenza delle fibre muscolari toniche rispetto a quelle fasiche;
- sensitivi, vi è un´alterata sensibilità superficiale, discriminativa e profonda;
- aumento della rigidità muscolare non solo dovuta alla risposta neurologica allo stiramento, ma anche all´accorciamento del muscolo e all´aumento della stifness passiva;
- deficit delle funzioni corticali superiori (afasia, aprassia, neglet, anosognosia...);
- segni terziari come piaghe da decubito, retrazioni muscolo-tendinee, ipostenia muscolare.
Sul piano riabilitativo è importante favorire il reclutamento dell´emilato leso in tutti i possibili schemi motori e fisioterapia specifica. 
All´epoca degli apprendimenti bisogna valutare la presenza di un ritardo cognitivo.
Nel 40% di casi è presente epilessia.
Per diplegia in campo medico si intende la paralisi di una parte del corpo, che colpisce prevalentemente gli arti inferiori e in misura inferiore i superiori, di solito si associa un certo grado di ipoposturalità. Il problema si rileva verso i 4-5 mesi di vita per il ritardo con cui il bambino acquisisce le varie tappe dello sviluppo posturale e motorio. La deambulazione autonoma viene acquisita con molto ritardo, spesso necessita di sostegni, è comunque lenta e difficoltosa e un 10% dei soggetti non arriva a deambulare.                                              Lo sviluppo cognitivo medio può essere "nella norma", spesso c´è un iperinvestimento del linguaggio e maggiori difficoltà nelle abilità grafo-spaziali. A livello scolastico le difficoltà riguardano prevalentemente l´area matematica, per la scrittura spesso è necessario l´uso di ausilii.
Classificazione in base alle caratteristiche del movimento.
- Forme spastiche: aumento costante del tono in alcuni gruppi muscolari e dei riflessi da stiramento. Sono presenti alcuni atteggiamenti posturali tipici (arto superiore addotto e intra-ruotato, gomito, polso e dita flessi, piede equino.)
- Forme ipotoniche: diminuzione costante del tono di alcuni gruppi muscolari. Noto anche col nome di "bambino floppy".
- Forme atassiche: disturbi della coordinazione e dell’equilibrio con frequente presenza di ipotono dei muscoli distali.
- Forme discinetiche o distoniche: fluttuazione continua del tono muscolare e presenza di movimenti parassiti influenzabili dalle emozioni e dalla fatica, ma che scompaiono nel sonno.
Forme miste: sintomatologia combinata di due o più forme.
Cause più frequenti 
Basso peso alla nascita ............... 35-40%
Eventi ischemici intrauterini ........... 5-10%
Infezioni ....................................... 5-10%
Anomalie cerebrali congenite ......... 5-10%
Asfissia intraparto ........................ 10%
Errori metabolici ........................... 5%
Fattori genetici/cromosomici .......... 2-5%
Altri ............................................. 22%
Patogenesi
Nel neonato prematuro i meccanismi responsabili del danno cerebrale sono correlati ai due quadri della emorragia intraventricolare e della leucomalacia periventricolare. Entrambi danno luogo a fenomeni di degenerazione della sostanza bianca che circonda i ventricoli cerebrali. Poiché si tratta della zona in cui decorrono le fibre che collegano gli arti inferiori alle corrispondenti aree cerebrali motorie e di elaborazione sensoriale, l´esito è solitamente una forma diplegica. Nel neonato a termine può verificarsi una asfissia generalizzata, con danno diffuso dell´intero encefalo, che si manifesta come una tetraplegia; oppure, nel caso di una occlusione di un´arteria cerebrale, la lesione può verificarsi in parte o in tutto un emisfero cerebrale, determinando un´emiplegia di gravità variabile.
Aspetti clinici e decorso
Questi sono largamente variabili a seconda della forma di paralisi cerebrale infantile e della gravità.
Nelle forme emiplegiche le principali tappe dello sviluppo sono solo lievemente ritardate: l’intelligenza è infatti solitamente nei limiti della norma, ma talvolta si verifica un ritardo del linguaggio. In circa un terzo dei casi può manifestarsi un’epilessia, più spesso di tipo parziale o con generalizzazione secondaria, ben controllabile con la terapia farmacologica. Nel corso del tempo gli arti colpiti possono divenire ipoplasici (più piccoli): è frequente, in particolare, una riduzione della lunghezza della gamba colpita. Il cammino è sempre raggiunto spontaneamente (cioè anche senza alcuna fisioterapia). Nelle forme diplegiche e nelle doppie emiplegie è frequente un disturbo delle funzioni visive (strabismo, vizi di refrazione, deficit di campo visivo, deficit centrali). In un terzo dei casi è presente un ritardo mentale di grado lieve-medio, mentre in circa la metà dei casi è possibile la comparsa di epilessia, di norma controllata dal trattamento farmacologico. La grande maggioranza di questi soggetti acquisisce il cammino, sebbene più spesso tramite l’utilizzo di deambulatori e di tutori gamba-piede, ma una parte perderà tale funzione in età adulta. Poiché, infatti, si verificano nel tempo deformità delle articolazioni del piede, dell’anca e talvolta della colonna vertebrale, la sollecitazione eccessiva del sistema muscoloscheletrico rende il cammino sempre più faticoso e sempre meno funzionale. Le forme tetraplegiche sono le più gravi. Sono quasi invariabilmente associate a disturbi della masticazione, della deglutizione, della fonazione. Risulta elevata l’incidenza di ritardo mentale sia medio che grave e sono frequenti i disturbi sensoriali (ipovisione e sordità). Il rischio di epilessia con crisi polimorfe parziali e generalizzate, spesso resistenti al trattamento farmacologico, è elevato. Non è quasi mai possibile il cammino in senso funzionale e in diversi casi non viene acquisita neanche la capacità di restare seduti autonomamente. Gli arti superiori sono scarsamente o per nulla utilizzabili per le funzioni tipiche. A causa degli squilibri muscolari nel corso del tempo si verificano pesanti deformità delle articolazioni dei piedi, delle anche e della colonna vertebrale, con quadri di grave scoliosi.
Sintomi associati
- Disturbi sensoriali (della vista o dell´udito)
- Disturbi cognitivi (ritardo mentale, deficit dell´attenzione)
- Disturbi del linguaggio
- Disturbi dell’apprendimento
- Disturbi ansioso-depressivi
- Disturbi della personalità
- Epilessia (come regola generale quanto più è grave la forma motoria, tanto maggiore è il rischio che il bambino presenti anche epilessia, ma alcuni movimenti, come l´ipertono episodico, il clono localizzato o la reversione oculare, i quali possono essere evocati da stimoli visivi, uditivi o tattili, non sono di natura epilettica)
Trattamento
Nuove ricerche testimoniano che prevenire la Paralisi Cerebrale Infantile è possibile. Una diagnosi precoce ed una terapia adeguata, attuate a partire entro il terzo mese di vita a tutti i bambini a rischio sintomatico, potrebbero ridurre almeno del 50% la presenza di patologia nella popolazione. Anche dopo è possibile ottenere risultati ottimali. Questi dati sono dimostrati dalle ricerche riguardanti l´efficacia del programma diagnostico-terapeutico attuato dal dottor Castagnini. Tuttavia, secondo gran parte degli autori, non esiste un trattamento specifico e univoco per tutte le forme di paralisi cerebrale infantile, sebbene esista attualmente un gran numero di metodiche riabilitative, spesso utilizzate in modo stereotipato e acritico. Alcuni di questi approcci (es. il metodo Bobath), validati dalla comunità scientifica, possono risultare di una certa utilità se inseriti in un progetto terapeutico globale; altri (es. il metodo Doman), privi di riscontri di efficacia e impostati sulla ripetizione intensiva di esercizi passivi, rischiano di danneggiare le potenzialità residue di sviluppo del soggetto.  Il progetto riabilitativo deve quindi necessariamente essere individualizzato e costantemente sottoposto al vaglio critico di professionisti esperti della ´storia naturale´ della malattia, per evitare l’applicazione di schemi rigidi e ripetitivi, non in sintonia con il percorso di cambiamento del soggetto. È infatti opportuno evitare la rincorsa affannosa e inutile di una ‘normalità’ estetica e funzionale del movimento, concentrando piuttosto l´intervento sull´interpretazione delle strategie di adattamento messe in atto dall´individuo.
Molto schematicamente, sul piano funzionale l´intervento è rivolto: nelle tetraplegie, al ristabilimento di una parziale organizzazione antigravitaria del sistema posturale; nelle diplegie, all´acquisizione della deambulazione autonoma o assistita; nelle emiplegie, al miglioramento delle capacità di manipolazione. Occorre ricordare che il soggetto con paralisi cerebrale infantile ha subìto un danno più o meno esteso dei propri sistemi di elaborazione degli input percettivi e degli output motori. Egli è pertanto in grado di apprendere come sfruttare le proprie capacità residue, ma non è in grado di apprendere la ´normalità´, cioè di utilizzare spontaneamente e automaticamente gli schemi motori fluidi e complessi tipici di un sistema nervoso centrale intatto. 
Questo orientamento appare corretto soprattutto in relazione al ruolo oggi attribuito ai cosiddetti disturbi percettivi (o propriocettivi) nel determinare le principali caratteristiche cliniche della paralisi cerebrale infantile. Il riconoscimento dell´importanza dello studio dei disturbi percettivi ha gettato una nuova luce sul significato di fenomeni che in passato venivano interpretati come semplice ‘paralisi motoria’. Un progetto riabilitativo globale deve anche prevedere il coinvolgimento attivo della famiglia del soggetto con paralisi cerebrale infantile, predisponendo periodici colloqui di sostegno psicologico e favorendo la partecipazione dell´intero nucleo familiare alle scelte terapeutiche.
Attualmente la presa in carico riabilitativa multidisciplinare si avvale dei seguenti strumenti:
l´esercizio terapeutico in sede ambulatoriale
la chirurgia funzionale ortopedica e neurologica
i farmaci inibitori della spasticità (es. la tossina botulinica) e dell´epilessia
gli ausili (deambulatori e tripodi) e le ortesi per il contenimento delle deformità e delle posture scorrette (es. tutori e stecche bendate)
logopedia per migliorare la comunicazione e l´alimentazione.
 
DISTROFIA MUSCOLARE
Sotto il termine distrofia muscolare si raccolgono un gruppo di gravi malattie neuromuscolari a carattere degenerativo, determinate geneticamente e che causano atrofia progressiva della muscolatura scheletrica.
Si calcola che in Italia l´1% circa della popolazione sia affetto da malattie neuromuscolari; questa percentuale equivale grosso modo al 10% di tutti gli ammalati neurologici.
Le forme più diffuse sono la distrofia muscolare di Duchenne e quella di Becker; esistono però un´infinità di forme intermedie, e in pressoché ogni soggetto il decorso della malattia appare differente rispetto ad altri soggetti.
- Distrofia muscolare di Duchenne
Questo tipo di distrofia, detta anche distrofia muscolare generalizzata dell´infanzia, è la più frequente e la meglio conosciuta tra le distrofie muscolari dell´infanzia. Ha un decorso relativamente rapido e attivo. L´incidenza varia da 13 a 33 casi/100.000.
Si osserva una forte predisposizione familiare; poiché la patologia è trasmessa come tratto recessivo legato al cromosoma X, si manifesta prevalentemente nei maschi. Nel 30% dei pazienti vi è un´anamnesi familiare negativa e si ritiene che in questi casi avvenga una mutazione spontanea del cromosoma.
Si osserva occasionalmente una forma distrofica muscolare prossimale nelle ragazze. Questo fatto può avere molte spiegazioni:
Se la femmina ha un solo cromosoma X
Per il principio di Lyon, ovvero l´inattivazione del cromosoma X paterno in una grande quantità di cellule embrionali.
La distrofia di Duchenne viene di solito riconosciuta al terzo anno di vita, ma almeno la metà dei pazienti presenta i segni della malattia prima che inizi la deambulazione.
I primi segni che attirano l´attenzione sono l´incapacità di camminare o correre quando queste funzioni avrebbero già dovuto essere acquisite; oppure, una volta che queste attività vengano acquisite, i bambini appaiono meno attivi della norma e cadono facilmente.
Con il passare del tempo aumentano le difficoltà a camminare, correre, salire le scale ed è sempre più evidente la deambulazione anserina. I primi muscoli ad essere colpiti sono il quadricipite, l´ileopsoas e i glutei. I muscoli del cingolo scapolare e degli arti superiori vengono colpiti successivamente.
L´ingrossamento dei polpacci e di altri muscoli è progressivo nei primi stadi della malattia, ma alla fine la maggior parte dei muscoli, anche quelli originariamente ingrossati, tende a ridursi di volume.
Gli arti sono solitamente ipotonici e flaccidi, ma con il progredire della malattia compaiono contratture conseguenti al mantenimento degli arti nella stessa posizione e al mancato bilanciamento fra agonisti ed antagonisti.
I riflessi tendinei dapprima diminuiscono e poi scompaiono parallelamente alla perdita delle fibre muscolari; gli ultimi a scomparire sono i riflessi achillei. Le ossa divengono sottili e demineralizzate. I muscoli lisci sono risparmiati, mentre il cuore è colpito e possono apparire vari tipi di aritmia.
Di solito la morte è dovuta ad insufficienza respiratoria, infezioni polmonari o scompenso cardiaco. In casi molto rari si osserva un modesto ritardo mentale non progressivo. L´aspettativa di vita dipende sempre dal soggetto e negli ultimi dieci anni le prospettive di vita si sono allungate notevolmente grazie alla ventilazione notturna; se decenni fa alcuni medici sostenevano che un paziente affetto da DMD potesse difficilmente superare la seconda decade, oggi ci sono casi di pazienti con Distrofia Muscolare di Duchenne che vivono oltre il cinquantesimo anno di età.
- Distrofia muscolare di Becker
Altra forma di distrofia ben caratterizzata, strettamente correlata alla variante di Duchenne, di cui rappresenta una forma relativamente più benigna. La sua incidenza è difficile da valutare, forse intorno a 3-6 casi/100.000 nati vivi. Si tratta anch´essa di una malattia legata al cromosoma X, trasmessa praticamente solo ai maschi.
Al contrario che nella forma di Duchenne, qui la distrofina è presente, ma risulta strutturalmente anormale.
Essa provoca debolezza e atrofia degli stessi muscoli coinvolti nella distrofia di Duchenne, ma l´esordio è più tardivo, comparendo intorno ai 12 anni. L´età media alla quale viene persa la capacità di camminare è di 25-30 anni e la morte sopraggiunge in genere nella quinta decade. L´interessamento cardiaco è meno frequente e le facoltà intellettive sono quasi sempre normali.
 
EPILESSIA
L´epilessia è una condizione cronica neurologica caratterizzata da ricorrenti e improvvise crisi epilettiche. La crisi epilettica è la scarica improvvisa, eccessiva e rapida di una popolazione più o meno estesa di neuroni che fanno parte della sostanza grigia dell´encefalo. I neuroni interessati dalla scarica formano il cosiddetto focolaio epilettogeno.
L´epilessia può manifestarsi ad ogni età ed in forme assai diverse; data la sua varietà, si parla genericamente di epilessie.
È fra le malattie neurologiche più frequenti: nel mondo colpisce circa 43 milioni di persone. L´organizzazione mondiale della sanità calcola che circa l´85% di queste persone viva nei paesi a basso e medio reddito (paesi in via di sviluppo). L´incidenza media è del 8,93 su 1000 persone (SD 8,14, mediana 7,59) (dato ottenuto da 105 nazioni) Il numero medio di persone con epilessia varia da regione a regione: 12,59 per 1000 persone nelle Americhe, 11,29 in Africa, 9,97 in Sud Est Asiatico, 9,4 nel mediterraneo dell´Est, 8,23 in Europa, 3,66 nel Pacifico. Il numero medio di persone con epilessia varia dalle 7,99 nelle regioni ad alto reddito (high-income country), alle 9,50 delle nazioni a basso reddito (low-income country). 
 
TRAUMA CRANICO
I traumi cranici, in inglese Traumatic Brain Injury (TBI) (che si può tradurre come "danno cerebrale traumatico"), denominati anche lesioni intracraniche o semplicemente lesioni della testa, avvengono quando un trauma improvviso causa danno cerebrale.
I traumi cerebrali possono risultare da una lesione chiusa alla testa oppure da una lesione penetrante alla testa, e sono uno dei due tipi di lesioni cerebrali acquisite (in inglese acquired brain injury). L´altro sottotipo sono le lesioni cerebrali non traumatiche (per es. ictus, meningite, anossia). Parti del cervello che possono essere danneggiate includono gli emisferi cerebrali, il cervelletto, il midollo spinale (vedere danno cerebrale). I sintomi del trauma cranico possono essere lievi, moderati, oppure gravi, dipendendo dall´estensione del danno al cervello. L´esito può variare dal recupero completo di tutte le funzioni fino alla disabilità permanente oppure la morte.
I bambini piccoli con trauma cranico moderato o grave possono mostrare alcuni dei precedenti segni, ed altri specifici dei bambini, come:
pianto persistente
impossiblità ad essere consolati
rifiuto a bere, essere allattati o mangiare.
Nel caso, è sempre raccomandato un rapido soccorso e un intervento medico.
 
Psichiatria dell´età evolutiva.
Il ritardo mentale risulta dall´insieme dei deficit dello sviluppo cognitivo e socio-relazionale. Viene definito dalla compresenza di un quoziente intellettivo inferiore a 70, e due o più problemi adattativi insorti entro i 18 anni di età. La quarta edizione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali ha sostituito con il termine ritardo mentale i precedenti lemmi, in uso per indicare questa malattia, ossia frenastenia, ipofrenia, insufficienza mentale ed imbecillità. Nei soggetti affetti da ritardo mentale, il funzionamento intellettivo è significativamente inferiore alla media.
Perché il ritardo sia correttamente diagnosticato, occorre vi siano associate rilevanti difficoltà, che vengono convenzionalmente individuate in alcune delle seguenti aree:
Comunicazione
Cura della persona
Vita in famiglia
Attività sociali
Capacità di usare le risorse della comunità
Autodeterminazione
Scuola
Lavoro
Tempo libero
Salute
Sicurezza.
Questi i diversi gradi di ritardo intelletivo:
lieve (85% dei casi), QI da 50-55 a 70
moderato (10%), QI da 35-40 a 50-55
grave (3-4%), QI da 20-25 a 35-40
gravissimo (1-2%), QI inferiore 20-25
- Ritardo lieve
Il ritardo lieve è difficilmente evidenziabile nei primi anni di vita.
Il periodo iniziale in cui si nota il problema è quello dell´inserimento nella frequenza scolastica, quando possono sopraggiungere difficoltà nell´apprendimento.
Fino all´età di circa vent´anni i soggetti affetti dalla patologia necessitano di un sostegno nell´adattamento scolastico e sociale. Possono conseguire un´autonomia sociale e lavorativa, ma ugualmente necessiteranno di supporto.
- Ritardo moderato
Il ritardo medio o moderato ha eziologia organica e gli individui affetti da tale patologia rimangono ad un´età mentale di 6/8 anni. Presentano discrete capacità comunicative e con supervisione possono provvedere alla cura della propria persona e allo svolgimento di lavori semplici. Hanno relativa autonomia nei luoghi familiari e possono discretamente adattarsi alla vita nel contesto sociale, imparando magari a spostarsi senza aiuto impiegando mezzi pubblici (ma solo se precedentemente abituati). Per quanto riguarda l´apprendimento scolastico, comprensione e uso del linguaggio, sono lenti e il vocabolario appreso è piuttosto limitato. A scuola, inoltre, viene evidenziato lo sviluppo disarmonico delle discipline (possono per esempio acquisire maggiori competenze in campo matematico che in quello linguistico).
- Ritardo grave
Il ritardo mentale grave ha origine organica e l´età mentale dell´individuo si ferma ai 4/6 anni. I livelli del linguaggio sono minimi o assenti, presenta l´olofrase tipica del periodo sensomotorio. Se opportunamente supportato, l´individuo può acquisire una competenza basilare della cura di sé e le capacità di svolgere attività lavorative molto semplici in ambienti protetti e in presenza di personale specializzato. Il beneficio scolastico è limitato all´insegnamento di materie prescolastiche. Può acquisire capacità per riconoscere parole semplici per i bisogni primari. Sentendosi incapace di far fronte agli eventi, il soggetto può soffrire di alcune forme di frustrazione.
- Ritardo gravissimo
Il soggetto non è in grado di svolgere le principali funzioni della vita quotidiana. La vita di relazione è per lo più ridotta. Linguaggio per lo più assente o fortemente compromesso con non più di 10/20 parole comprensibili con difficoltà. La necessità di sostegno è pervasiva, occupa tutta la durata della vita e deve essere continua.
Le cause
Solitamente sono distinguibili in:
- Cause prenatali: anomalie genetiche, malformazioni cerebrali, disordini metabolici.
- Cause perinatali: insufficienza placentare, prematurità, complicanze in itinere nella gravidanza o nel parto.
- Cause postnatali: traumi, infezioni o disordini neurodegenerativi.
 
I disturbi dell´apprendimento
L´apprendimento è la modificazione del comportamento che si basa sull´esperienza e che dura nel tempo. Non si deve confondere con la maturazione dell´individuo, né con l´assunzione di sostanze stupefacenti, malattie e stati di affaticamento che alterano il comportamento dell´individuo solo per un certo periodo di tempo. L´apprendimento è un processo "esperienza-dipendente"; infatti, le nostre esperienze possono influenzare significativamente le nostre connessioni neuronali e le nostre strutture cerebrali. Dal punto di vista psicologico, l´apprendimento è una funzione dell´adattamento nel comportamento di un soggetto, risultato da una esperienza. Dunque, l´apprendimento è un processo attivo di acquisizione di comportamenti stabili in funzione dell´adattamento, dovuto a stimoli esterni o interni. Apprendere è adattarsi.
Primo punto importante di questa definizione: l´apprendimento come legato ad un cambiamento. Questa caratteristica del processo risulta anche una definizione operativa misurabile negli studi sull´apprendimento stesso.
Secondo punto chiave di questa definizione: l´apprendimento come legato all´esperienza e l´esposizione ad uno stimolo. È possibile distinguere l´apprendimento dalla maturazione (che non considera l´esposizione a nessuno stimolo esterno, ma è basata sullo sviluppo e l´affermarsi di stimoli interni all´individuo e alla specie). L´apprendimento tende ad aumentare le differenze tra gli individui, mentre la maturazione tende ad assimilarli ad un unico standard. Cambiamenti del potenziale comportamentale a breve termine, come ad esempio la stanchezza, non costituiscono "apprendimento". Alcuni cambiamenti a lungotermine, viceversa, non dipendono dall´apprendimento ma dall´avanzare dell´età (maturazione) e dal proprio personale sviluppo.
L´educazione risulta il tentativo cosciente di promuovere l´altrui apprendimento.
- Elementi dello sviluppo che consentono l´apprendimento
Il neonato apprende in modo inconscio ad adoperare il proprio corpo e il linguaggio. L´apprendimento diventa intenzionale dal momento in cui sono disponibili:
maggiore capacità di immagazzinamento delle informazioni;
strategie di memorie sviluppate
metacognizione, capacità di riflettere sul proprio modo di pensare.
 
Autismo
L´autismo è considerato dalla comunità scientifica internazionale un disturbo che interessa la funzione cerebrale; la persona affetta da tale patologia mostra una marcata diminuzione dell´integrazione sociale e della comunicazione, attualmente risultano ancora sconosciute le cause di tale manifestazione. Più precisamente si dovrebbe parlare di Disturbi dello spettro dell´autismo (DSA o ASDs, Autistic Spectrum Disorders). Rientra nei disturbi pervasivi dello sviluppo, cui fanno parte, fra le varie forme, anche la sindrome di Asperger, la sindrome di Rette il Disturbo disintegrativo dell´infanzia. "Disturbo autistico" è il termine tecnico con cui ci si riferisce all´autismo nel DSM IV (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders- Fourth Edition, manuale diagnostico dei disturbi psichiatrici dell´American Psychiatric Association). Il disturbo fa parte di una categoria più generale, i Disordini generalizzati dello sviluppo (o Disordini pervasivi dello sviluppo), e viene diagnosticato in base alla presenza di un certo numero di indicatori comportamentali presenti in specifiche aree dello sviluppo.  Costituiscono fattori di rischio, episodi familiari di autismo o di altri disordini pervasivi dello sviluppo, altro rischio si mostra quando il bambino nasce prematuramente e con un peso, alla nascita, notevolmente sotto la media.
In effetti esiste una certa letteratura scientifica che correla l´autismo con il deficit gestazionale di tipo nutrizionale e/o genetico di acido folico, ed inoltre lavori recenti suggeriscono un ruolo terapeutico per l´uso di questa vitamina.
Secondo Correnti della State University of New York tra i fattori sospettati come causa di autismo si segnalano: autoanticorpi materni, infezioni gestazionali, esposizone a metalli pesanti, fattori epigenetici, vaccinazione antirosolia, morbillo, parotite, esposizione a campi elettromagnetici. L´autismo si trova a volte associato ad altri disturbi che alterano in qualche modo la normale funzionalità del Sistema Nervoso Centrale: epilessia, sclerosi tuberosa, sindrome di Rett,sindrome di Down, sindrome di Landau-Klefner, fenilchetonuria, sindrome dell´X fragile, rosolia congenita. Disordini geneticamente riconducibili ad una alterazione dei normali meccanismi fisologici espressi dal gene. 
Il 50% dei soggetti autistici non è in grado di comunicare verbalmente. I soggetti che sono in grado di utilizzare il linguaggio si esprimono in molte occasioni in modo bizzarro; spesso ripetono parole, suoni o frasi sentite pronunciare (ecolalia). L´ecolalia può essere immediata (ripetizione di parole o frasi subito dopo l´ascolto), oppure ecolalia differita (ripetizione a distanza di tempo di frasi o parole sentite in precedenza). Anche se le capacità imitative sono integre, queste persone spesso hanno notevoli difficoltà ad impiegare i nuovi apprendimenti in modo costruttivo in situazioni diverse da quelle che li hanno generati in prima istanza. Gli autistici mostrano un´apparente carenza di interesse e di reciprocità relazionale con gli altri; tendenza all´isolamento e alla chiusura sociale; apparente indifferenza emotiva agli stimoli o ipereccitabilità agli stessi; difficoltà ad instaurare un contatto visivo: il bambino che intorno ai due anni di età continui ad evitare lo sguardo degli altri mostra, secondo diversi studi, la possibilità di sviluppare l´autismo. Gli autistici hanno difficoltà nell´ iniziare una conversazione o a rispettarne i turni, difficoltà a rispondere alle domande e a partecipare alla vita o ai giochi di gruppo. Non è infrequente che bambini affetti da autismo vengano inizialmente sottoposti a controlli per verificare una sospetta sordità, dal momento che non mostrano apparenti reazioni, proprio come se avessero problemi uditivi, quando vengono chiamati per nome. Di solito un limitato repertorio di comportamenti viene ripetuto in modo ossessivo; si possono osservare posture e sequenze di movimenti stereotipati (per es. torcersi o mordersi le mani, sventolarle in aria, dondolarsi, compiere complessi movimenti del capo, ecc.) detti appunto stereotipie. Queste persone possono manifestare eccessivo interesse per oggetti o parti di essi, in particolare se hanno forme tondeggianti o possono ruotare (palle ovali, biglie, trottole, eliche, ecc.). Talvolta la persona affetta da autismo tende ad astrarsi dalla realtà per isolarsi in un mondo virtuale, in cui si sente vivere a tutti gli effetti (dialogando talora con personaggi inventati). Pur mantenendo in molti casi la consapevolezza del proprio fantasticare, è con fatica e solo con delle sollecitazioni esterne (suoni improvvisi, appello di altre persone) che riesce ad essere in varia misura partecipe nella vita di gruppo. Si riscontra una marcata resistenza al cambiamento che per alcuni può assumere le caratteristiche di un vero e proprio terrore fobico. Questo può accadere se viene allontanato dal proprio ambiente (camera, studio, giardino ecc) o se nell´ambiente in cui vive si cambia inavvertitamente la collocazione di oggetti, del mobilio o comunque l´aspetto della stanza. Lo stesso può verificarsi se si lasciano in disordine oggetti (sedie spostate, finestre aperte, giornali in disordine): la reazione spontanea della persona autistica sarà quella di riportare immediatamente le cose al loro ordine, e se impossibilitato a farlo manifestare comunque inquietudine. La persona può allora esplodere in crisi di pianto o di riso, o anche diventare autolesionista e aggressiva verso gli altri o verso gli oggetti. Altri soggetti, al contrario, mostrano un´eccessiva passività, aprassia motoria e ipotonia che sembra renderli impermeabili a qualsiasi stimolo.  La gravità e la sintomatologia dell´autismo variano molto da individuo a individuo e tendono nella maggior parte dei casi a migliorare con l´età, in particolare se il ritardo mentale è lieve o assente, se è presente il linguaggio verbale, se un trattamento valido viene intrapreso in età precoce. L´autismo può essere associato ad altri disturbi, ma è bene dire che spesso maschera l´intelligenza di una persona, e che esistono gradi di autismo differenti tra loro. Alcune persone autistiche possiedono per esempio una straordinaria capacità di calcolo matematico, sensibilità musicale, eccezionale memoria audio-visiva o altri talenti in misura del tutto fuori dell´ordinario, come realizzare ritratti o paesaggi molto fedeli su tela senza possedere nozioni di disegno o pittura.
 
DISTURBI DEL COMPORTAMENTO ALIMENTARE
- Anoressia
L´anoressia (dal greco anorexía, comp. di an- priv. e órexis ´appetito´), è la mancanza o riduzione volontaria dell´appetito. Può condurre alla morte se persiste.
Si tratta di un sintomo che accompagna numerose e distinte malattie, ed è dovuto a diverse cause. 
L´anoressia diventa una vera e propria malattia quando essa è disturbo psichico primitivo. In questo caso è meglio parlare di anoressia nervosa. Esiste anche la pseudoanoressia, una persona che mangia di nascosto, e in pubblico asserisce di non avere mai fame.
- Bulimia
La bulimia (dal greco , boulimía, composto di  (bôus) "bue" e  (limós) "fame"; propr. ´fame da bue´) è un disturbo del comportamento alimentare. In particolare, la bulimia nervosa è, insieme all´anoressia nervosa, uno dei più importanti disturbi del comportamento alimentare, detti anche Disturbi Alimentari Psicogeni (DAP). Ciò che contraddistingue la bulimia è un problema dell´alimentazione per cui una persona ingurgita una quantità di cibo esorbitante per poi ricorrere a diversi metodi per riuscire a non metabolizzarlo e, quindi, ingrassare (vomito autoindotto, utilizzo di lassativi e purghe).
- Lo scompenso adolescenziale
Con l´espressione scompenso adolescenziale si comprende una serie di manifestazioni di disturbo del comportamento in una persona in età adolescenziale, che emergono in modo più o meno improvviso a rompere un equilibrio precedente, personale e familiare, e comportano l´interruzione o il sovvertimento delle abitudini e routine di vita fino ad allora perduranti.
Sia l´adolescente in questione che i familiari, specie i genitori o coloro che ne svolgono le funzioni, sono coinvolti in un sovvertimento della loro vita precedente che ne mette in scacco la resistenza emotiva e la capacità di affrontare la situazione.
Può essere interrotta la frequenza scolastica, i contatti e le attività extrascolastiche e extrafamiliari, fino ad essere alterati il ritmo del sonno, lo stato mentale, le percezioni le relazioni e le comunicazioni e i comportamenti, a seconda delle forme che lo scompenso può prendere. Costituisce una delle situazioni critiche che si presentano con caratteri di urgenza ed emergenza ai servizi di neuropsichiatria infantile e richiedono un intervento tempestivo, complesso e difficile di contenimento e aiuto al singolo e a tutta la famiglia.
 
Cos´è l’ADHD?
L´ADHD (Attention Deficit Hyperactivity Disorder) è una malattia caratterizzata da deficit di attenzione e iperattività che affligge bambini peraltro intelligenti. Tale disturbo del comportamento si manifesta usualmente tra i 3 e i 5 anni d´età. E´ tre volte più frequente nei maschi, ma negli ultimi anni è sempre più descritto anche nelle bambine. In America si calcola che i bambini affetti da ADHD siano il 3-7% dei bambini in età scolare, in Italia circa il 4%. 
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