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psicologia clinica

psicologia clinica
La psicologia clinica è una delle principali branche teorico-applicative della psicologia. Comprende lo studio scientifico e le applicazioni della psicologia in merito alla comprensione, prevenzione ed intervento nelle problematiche psicologiche e relazionali individuali, famigliari e gruppali, compresa la gestione di molte forme di psicopatologia.
 
 
CENNI STORICI
 
La nascita convenzionale della psicologia è riconducibile a 2 avvenimenti:nel 1870 il filosofo positivista Roberto Ardigò, riconosciuto come il padre della psicologia italiana,  pubblicò l´opera "PSICOLOGIA COME SCIENZA POSITIVA". I suoi contributi nell´ambito delle scienze sono importanti per l´impostazione generale. Interessanti sono le sue idee sull´evoluzione intesa come passaggio dall´indistinto al distinto, ma anche condizionata dal caso e caratterizzata dal ritmo. Non tutto dunque è lineare e meccanico. Ardigò insistette sulla necessità di una psicologia ed una pedagogia scientifiche, soffermandosi sul ruolo delle abitudini. L´educazione infatti sul piano naturale può essere ricondotta all´acquisizione di comportamenti sedimentati e certi; questo significa il passaggio da una pedagogia metafisica ed astratta ad una pedagogia intesa come scienza dell´educazione. Per Ardigò dunque non tutte le abitudini sono educative. Dal punto di vista didattico privilegiò l´intuizione, il metodo oggettivo, la lezione delle cose, il passaggio dal noto all´ignoto, insegnando poche cose alla volta, ritornando più volte sulle cose spiegate e facendo continue applicazioni di teorie e casi nuovi. Egli rivalutò la funzione del gioco, il quale permette al bambino l´occasione di vedere e toccare gli oggetti, riconoscerne le proprietà e le somiglianze, favorendo lo sviluppo fisico, il quale va d´accordo con quello mentale. 
Il secondo avvenimento è stato fissato al 1879, quando il fisiologo tedesco Wilhelm Wundt aprì il primo laboratorio di psicologia a Lipsia. I suoi studi erano legati ai principi dell´empirismo inglese, secondo il quale era possibile studiare la struttura dei contenuti della mente perché alla nascita la psiche è paragonabile a una tabula rasa. Quindi la mente è al principio vuota e si impara a percepire man mano che si fa esperienza del mondo esterno. Secondo Wundt, le percezioni sono formate da atomi (elementi più semplici) che si combinano assieme (associazionismo atomico); una sorta cioè di chimica mentale in cui la percezione di un oggetto è formata da un insieme di sensazioni differenti che vengono assemblate in seguito per formare il percetto. L´oggetto dei suoi studi era dunque scoprire sotto quali regole si combinano le sensazioni. Per fare ciò, egli chiedeva ai propri collaboratori di scorporare il percetto e cercare di elencare tutte le sensazioni singole che lo compongono attraverso l´introspezione (cioè l´auto-osservazione dei propri contenuti mentali). In questa situazione l´osservato e l´osservatore coincidevano.
 La pratica psicologico-clinica, invece, ha iniziato a svilupparsi nei primi anni del Novecento, in parallelo all´articolazione dell´attività psicodiagnostica (spesso in connessione ad esigenze militari). Nella prima metà del XX secolo gli psicologi si sono occupati soprattutto di psicodiagnostica e di valutazione; nella seconda metà del secolo hanno gradualmente iniziato ad occuparsi sempre di più anche di aspetti clinici, preventivi e psicoterapici, secondo diversi orientamenti teorici.
In Italia, una teorizzazione coerente e sistematizzata della psicologia clinica cominciò ad aver luogo alla fine degli anni sessanta, portando poi alla nascita, nel 1982, della Rivista di Psicologia Clinica, fondata ad opera di Carli, Canestrari e Bertini.
 
 
LE SCUOLE DI FORMAZIONE, UNIVERSITA’ E CORSI DI AGGIORNAMENTO
 
La sentenza del Consiglio di Stato n. 4483/2007 depositata il 27 agosto del 2007 ha rappresentato una svolta nel processo di specializzazione in Psicologia Clinica, da quel momento in poi accessibile solo agli psicologi, con esclusione degli altri medici. Ecco alcuni stralci del documento:
“L’accesso all’esercizio della professione di psicologo è regolato dall’art. 2 della richiamata legge 18 febbraio 1989, n. 56. La norma riserva l’esercizio della professione di psicologo ai laureati in psicologia i quali abbiano conseguito la necessaria abilitazione superando l’esame di Stato e siano iscritti al relativo albo professionale. Solo la specializzazione in psicoterapia è aperta, congiuntamente, ai laureati in psicologia ed ai laureati in medicina (art. 3 della medesima legge). Il dato normativo è, in realtà univoco, e su tale base questa Sezione ha già affermato l’illegittimità dell’istituzione di scuole di specializzazione in psicologia clinica nell’ambito della facoltà di medicina, in vista della loro apertura ai medici (decisione 2 marzo 2004, n. 981) sostenendo, in particolare che “ai laureati in medicina non è consentito acquisire specialità psicologiche diverse dalla psicoterapia”. 
Gli ambiti di intervento dello specialista in psicologia clinica sono molteplici: nella medicina ospedaliera e territoriale; nella medicina di base e nella medicina psicosomatica e nell’ambito dei dipartimenti di salute mentale e tutti questi ambiti prescindono e sono indipendenti dalla psicoterapia.
In Italia esistono diverse facoltà di Psicologia, strutturate con la formula della Laurea di primo livello e della Specialistica (3+2). Le loro sedi sono Trieste, Milano Bicocca, Milano S. Raffaele, Torino, Padova, Pavia, Bologna (il corso si sviluppa a Cesena), Firenze, Urbino, Chieti, Roma La Sapienza, Roma Lumsa, Bari, Messina, Enna, Palermo e Catania.
Conseguita la Laurea in Psicologia si può accedere alle Scuole di Specialiazzazione in Psicologia Clinica presso le Università di Roma La Sapienza, Roma Cattolica Sacro Cuore, Torino, Bologna Firenze, Genova, Milano Bicocca, Modena, Padova, Bari, Siena, Messina, Napoli, Varese.
 
 
PRESENZA IN ITALIA ED EFFICACIA SULLA POPOLAZIONE
 
In Italia i pazienti affetti da malattie mentali gravi sono circa 2 milioni e 200 mila. Si ritiene che il tasso di incidenza sia di un malato ogni 10 mila persone all’anno: ad esempio in una città come Roma, che ha circa 3 milioni e 700 mila abitanti (non residenti e clandestini esclusi), l’insorgenza è di circa 400 nuovi casi all’anno.
Appare evidente l’aspetto sociale del problema. Trenta anni fa, si è tentato di riordinare la questione con la legge 180/78 (conosciuta come “legge Basaglia”); questa legge ha determinato la chiusura dei manicomi, che in effetti erano diventati inadeguati per assicurare i diritti minimi del malato. In questo modo si rimandavano in famiglia i pazienti, prevedendo solo per i casi acuti il ricovero nei reparti di psichiatria degli ospedali, limitando i trattamenti sanitari obbligatori, privilegiando la riabilitazione e il reinserimento nella società, questo percorso sarebbe dovuto essere garantito anche da servizi sul territorio, predisposti dalla Regione, che avrebbero dovuto fare prevenzione, cura e riabilitazione.
Questi servizi non sono stati adeguatamente potenziati e quindi le famiglie sono state abbandonate nella gestione e nella cura del malato di mente. Per cui spesso il ricovero rappresenta l’unica soluzione per un malato grave. I malati che non hanno una famiglia alle spalle in grado di sostenerli rimangono abbandonati a loro stessi.
 
 
TRATTATO DESCRITTIVO
 
Interessi prioritari della psicologia clinica sono lo studio e la comprensione di quei meccanismi di anomala reattività dell’individuo per cui, ad esempio, da un’esagerata risposta cardiovascolare a determinati eventi ambientali, si può progressivamente passare ad una stabile ipertensione arteriosa. Essa si occupa anche, in direzione diversa, di quei fenomeni per cui una spontanea accelerazione del battito cardiaco può indurre ad uno stato d’ansia o anche scatenare una crisi di panico o, infine, di quelle anomalie dell’attivazione che possono esse stesse essere rappresentative della base patogenica di disturbi somatici o psichici. La collocazione interdisciplinare della psicologia clinica è ampia, assieme a discipline storiche che fanno da sponda (medicina interna, psichiatria, psicosomatica), se ne aggiungono altre relativamente recenti (per es. psicologia della salute) che ne costituiscono il baricentro. Inizialmente lo strumento privilegiato dell’indagine era il fisiopoligrafo, che permetteva la registrazione degli eventi bioelettrici prodotti dall’organismo: l’attività elettromiografia, elettroencefalografica, cardiaca e così via. Negli anni recenti si sono sviluppati strumenti d’indagine più sofisticati come la PET che permette di seguire variazioni del flusso ematico in base alle esigenze metaboliche del tessuto e degli organi interessati. Più interessanti sono le strumentazioni di rivelazione bioelettrica portatili e telemetriche, entrambe permettono l’indagine delle reazioni psicofisiologiche del paziente anche per periodi prolungati e nel proprio ambiente naturale, lontano dal laboratorio.  Esse risultano, quindi, particolarmente utili quando si desidera ottenere informazioni sulle risposte fornite durante il confronto diretto con le situazioni reali supposte essere in relazione al disturbo. La maggiore raffinatezza tecnico – metodologica, raggiunta attualmente dalla psicologia clinica ha prodotto modelli interpretativi più circostanziati e definiti che rendono sempre meno vaga la reazione tra eventi mentali, processi fisiologici e comportamento.
L’assessment (accertamento diagnostico) si riferisce alla raccolta di tutte le informazioni necessarie per inquadrare il disturbo riportato dal paziente, per stabilire un’ipotesi patogenetica e per impostare un programma d’intervento. Forse non è superfluo premettere che, per ogni disturbo somatico, l’assessment psicofisiologico deve essere affiancato da quello medico tradizionale.                      
Il requisito fondamentale dell’assessment psicofisiologico deve, per definizione, includere componenti soggettive (il resoconto del paziente) ed oggettive (modificazioni fisiologiche e comportamentali), sia perché le prime da sole sono impossibili da osservare direttamente, sia perché dalla combinazione delle due derivano informazioni complementari aggiuntive.    
L’assessment si avvale di strumenti per indagare il disturbo a 3 livelli.
Livello soggettivo – cognitivo. Si riferisce alla valutazione della condizione psicofisica (malessere, dolore, percezioni somatiche, etc) o del tono emotivo (condizione di piacevolezza, ansia, depressione) del paziente come risulta dal suo resoconto soggettivo.
Livello comportamentale – espressivo. Esso comprende i comportamenti manifesti che precedono, si associano o conseguono al sintomo (lamentele, richiesta di farmaci, tendenza all’isolamento), ma si estende anche ai comportamenti in situazioni relazionali, sociali, lavorative che si verificano in concomitanza al disturbo (e talora lo scatenano), che ne sono influenzati o hanno ricadute in esso (atteggiamento dei familiari, ricadute sul lavoro). A questo livello appartengono anche tutte le modificazioni mimico – espressive, posturali, motorie e cinesiche, nonché le componenti verbali, internazionali e paralinguistiche associate al disturbo. In generale questo livello viene definito come etero valutativo, essendo basato sull’osservazione del paziente da parte del terapeuta, dello staff ospedaliero, dei familiari.
Livello fisiologico. Vi appartengono tutte quelle modificazioni somatiche correlate al sintomo o alla malattia. La strategia standard consiste nella rilevazione delle modificazioni che si verificano in diversi apparati, sia in condizioni basali, sia in situazione di attivazione o, meglio, nel confronto diretto con eventi collegati al disturbo lamentato. La scelta dei biosegnali da registrare è ovviamente guidata dalla localizzazione del disturbo, ma anche dalla rappresentatività di quel dato indice rispetto ai processi che si suppongono implicati nella patologia.
Una volta raccolti, i dati devono essere decifrati ed interpretati in modo da costituire elementi informativi utili alla diagnosi ed all’impostazione del trattamento.
Il criterio più semplice e più spesso applicato nel cosiddetto “studio del caso” in psicologia clinica prevede un range di valori normativi di riferimento, desunti dall’andamento di quella funzione nella popolazione normale e la valutazione di quanto il paziente vi si discosta al momento dell’accertamento diagnostico e di quanto vi rientra in seguito all’andamento.                                              
L’assessment psicofisiologico raramente può costituire un intervento autonomo e conclusivo in sé, sia perché è difficile che in esso possa attuarsi la collaborazione di altri settori professionali, sia perché esso dovrebbe inserirsi in un programma più ampio che preveda 3 aspetti: ricerca dei fattori psicofisiologici che producono o accompagnano disturbi somatici o psichici; prevenzione di tali fattori nella popolazione generale; inquadramento diagnostico e trattamento delle disfunzioni psicofisiologiche legate ai suddetti disturbi.                                                                                                                      
La professionalità psicologo clinico può essere richiesta:
Nella prevenzione e trattamento della cefalea in età evolutiva. Può essere chiamato ad intervenire in una scuola per individuare precocemente in bambini o adolescenti le possibili reazioni somatiche anomale (cefalea, colite, disturbi visivi, etc) presumibilmente legati all’ansia sociale o da prestazione, che possono dar seguito a patologie conclamate. 
Interventi in psicofisiologia del lavoro. La richiesta di intervento può anche provenire da un ente che si preoccupi di individuare e modificare quelle condizioni lavorative disfunzionali che possano favorire l’insorgenza di patologie acute (cardiopatie ischemiche) o croniche.
Interventi in ospedali o ambulatori. Il settore forse più scontato d’impiego è l’ospedale dove l’obiettivo è quello di ridurre l’impatto dei fattori psicologici che conseguono ed aggravano patologie medico – chirurgiche, ma anche di modulare reazioni psicofisiologiche disfunzionali che spesso sono alla base di una malattia organica.
Diagnosi e trattamento degli stati d’ansia. Un ultimo settore applicativo è quello dei disturbi d’ansia (ansia sociale, fobie, disturbi ossessivi, disturbo post – traumatico).
Concludendo è possibile affermare che il primo significato della psicologia clinica sia quello di aver assorbito la metodologia tipica della psicologia sperimentale per trasferirla in un ambito clinico. Segue l’incontestabile vantaggio per le malattie psicosomatiche di essere affrontate per tutta la sequela del loro iter dalla diagnosi veloce follow – up, attaverso la registrazione fisiologica dell’apparato o organo coinvolto. Ed infine, meno immediata, ma non per questo secondaria, l’utilità della psicologia clinica in ambito psicopatologico.

 

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