In senso proprio, la radiodiagnostica è la branca della radiologia che effettua esami a scopo diagnostico per mezzo di radiazioni ionizzanti. In senso più ampio, il termine comprende tutte le tecniche di diagnostica per immagini, o imaging medico, in cui vengono realizzate rappresentazioni visuali di parti interne del corpo umano utilizzando principi della chimica, della fisica e della cibernetica moderne.

CENNI STORICI

La radiognostica nasce con la radiologia, ovvero l’uso a fini medici dei raggi X, scoperti dal fisico tedesco W. C. Röntgen (1845-1923) nel 1895.

Nello stesso scorcio di secolo, davano i loro frutti le ricerche fisico-chimiche sulla radioattività:

A. H. Becquerel (1852-1908) la scoprì accidentalmente lavorando sulla fosforescenza dei Sali d’uranio (1896) e le sue osservazioni trovarono conferma nei lavori dei suoi allievi Marie e Pierre Curie sul polonio e il radio (1898). I tre ottennero per questo il Premio Nobel per la fisica nel 1903 e Marie Curie, con grande spirito di generosità e onestà scientifica, rifiutò di brevettare il metodo di isolamento del radio per favorire lo sviluppo di una libera ricerca in un campo di cui aveva subito intravisto le potenzialità, quello appunto della radiologia medica.

Tra le prime tecniche ad essere sperimentate sulla base della scoperta di Röntgen, ci fu la fluoroscopia, che sfruttava proprio l’effetto di fluorescenza osservato in uno schermo di platinocianide di bario dopo l’esposizione ai raggi X: nacquero così i primi fluoroscopi. Il grande inventore statunitense T. A. Edison (1847-1931) brevettò il primo fluoroscopio commerciale utilizzando un materiale diverso per lo schermo, ma pur realizzando immagini più nitide, i fluoroscopi di prima generazione davano comunque risultati meno pregevoli della radiografia vera e propria.

Inizialmente l’esame radiologico avveniva nella completa oscurità per via della debole luminosità emessa dagli schermi fluorescenti, limite che si tentò di superare con gli occhiali rossi di Trendelenburg (1916): inoltre, non conoscendo ancora esattamente la nocività delle radiazioni ionizzanti sull’organismo umano, i radiologi si posizionavano dietro allo schermo, assorbendo dosi elevate di raggi X con conseguenze devastanti (ustioni, neoplasie o danni permanenti).

Nei decenni successivi furono introdotti graduali miglioramenti tecnici: anzitutto l’uso di lastre o film fotografici inseriti in appositi contenitori che venivano messi a contatto col paziente; i film erano poi sottoposti al procedimento di sviluppo fotografico, consentendo al radiologo di studiare l’immagine su uno schermo illuminato, senza più esporsi per periodi prolungati ai raggi.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale l’azienda chimica DuPont lanciò degli schermi al tungstato di calcio che convertivano i raggi in X in luce, consentendo di utilizzare una dose di radiazioni ridotta e rendendo quindi più sicura l’intera operazione.

Negli anni ’60 la Ferrania Technologies, un’azienda italiana, introdusse schermi alle “terre rare” (ossisulfuro di gadolinio) che migliorarono la qualità dell’immagine e ridussero ulteriormente la nocività dell’esame.

Per quanto riguarda gli altri metodi di imaging biomedico, ricordiamo anzitutto l’invenzione della stratigrafia o tomografia da parte del radiologo italiano Alessandro Vallebona negli anni ’30 del Novecento, che applicò i principi della geometria proiettiva alla radiografia “classica” o (come si dice oggi) convenzionale, contribuendo alla realizzazione di immagini meno confuse e quindi più facili da interpretare ai fini diagnostici. La tomografia assiale computerizzata o TAC nacque dalle ricerche dei due premi Nobel G. Hounsfield e A. Cormack: nel 1971 il primo tomografo computerizzato fu utilizzato in un contesto ospedaliero per la diagnosi delle patologie cerebrali. Tre anni dopo con un dispositivo perfezionato si potevano effettuare anche esami al torace e all’addome: l’intuizione che la nuova tecnica aprisse nuove prospettive allo studio diagnostico dell’intero corpo umano si deve al radiologo italoamericano Ralph Alfidi.

La risonanza magnetica fu scoperta nel 1946 da due fisici che lavorarono allo stesso risultato in modo indipendente, lo svizzero naturalizzato statunitense Felix Bloch e l’americano Edward M. Purcell (entrambi ricevettero il Nobel nel 1952). Inizialmente utilizzata per altre applicazioni (analisi della chimica molecolare, geofisica e petrofisica), suscitò un enorme interesse nella comunità medica quando, in un suo articolo del 1971, il ricercatore Raymond V. Damadian osservò che tessuti sani e tessuti con formazioni tumorali danno risposte diverse all’esame basato sulla risonanza magnetica, con la ovvia conclusione che il metodo di analisi di Bloch e Purcell si rivelava di grande utilità nella diagnosi oncologica. Ai suoi studi contribuì il chimico Paul Lauterbur, che mise a punto un metodo per la produzione delle immagini, e Peter Mansfield, che ridusse i tempi dell’operazione: così, nel giro di qualche anno, fu costruito il primo apparecchio in grado di realizzare la scansione dell’intero corpo umano con il sistema detto del campo focalizzato, ancor oggi in uso.

Relativamente alla medicina nucleare, dopo i primi esperimenti terapeutici negli anni ’30 (Berkeley, trattamento di un caso di leucemia) e ’40 del Novecento (arresto della progressione di un cancro alla tiroide con iodio radiattivo) e il grande sviluppo del decennio successivo, bisogna attendere gli anni ’70 per l’applicazione di alcuni suoi principi e tecniche alla diagnostica (scansione del fegato e della milza, localizzazione dei tumori al cervello, studio del tratto gastrointestinale). Ma è negli anni ’80 che l’informatizzazione dell’imaging medico porta ad un vero e proprio salto di qualità, con lo sviluppo prima della radiologia computerizzata o CR e poi, nel decennio successivo, della DR o radiologia digitale.

Le tecniche di radiodiagnostica, come si vede, sono in continua evoluzione: la medicina moderna richiede strumenti in grado di fornire al medico informazioni il più possibile precise sugli organi interni del paziente, in modo da individuare il trattamento opportuno con un margine d’errore sempre meno significativo.

PRESENZA IN ITALIA ED EFFICACIA SULLA POPOLAZIONE

In Italia la radiodiagnostica ha una tradizione lunga e venerabile: dalle scoperte di Alessandro Vallebona (inventore della stratigrafia) negli anni ’30, fino a personaggi viventi di grande riliev, come sicuramente Giovanni Simonetti (1944), allievo di Ralph Alfidi, che fu tra i pionieri della moderna diagnostica per immagini, professore e direttore della Diagnostica per immagini e Radiologia Intervenistica del Policlinico Universitario Tor Vergata (Roma), membro di numerose associazioni nazionali e internazionali (tra cui S. I. R. M., Società Italiana di Radiologia Medica, e C.I.R.S.E., Cardiovascular and Interventional Radiological Society of Europe).

La Società Italiana di Radiologia Medica (S.I.R.M.), fondata nel 1913, raccoglie la maggioranza dei radiologi italiani e promuove lo sviluppo di tutti gli aspetti della radiologia, dai suoi principi teorici ai suoi progressi tecnici, dalla radioprotezione (protezione dell’organismo vivente dagli effetti nocivi delle radiazioni) alle molteplici implicazioni della diagnostica per immagini, con l’attuale uso sistematico del digitale. Ogni due anni l’associazione organizza il suo congresso nazionale, tiene corsi e convegni, promuove iniziative editoriali e sovvenziona borse di studio e di ricerca. Possono diventare suoi soci ordinari i laureati in Medicina e Chirurgia specialisti o specializzandi nell’area radiologica, ma anche i non specialisti hanno la possibilità di iscriversi come membri aggregati.

La radiodiagnostica, con i suoi metodi sempre più raffinati, è ormai uno strumento indispensabile della medicina contemporanea: la sua precisione nel rilevare le patologie più insidiose è ormai accertata, anche se in molti campi i margini di miglioramento sono ancora notevoli. Nel caso delle tecniche che coinvolgono radiazioni o materiali pericolosi, la comune e comprensibile diffidenza verso l’uso della radioattività non ha intaccato il ricorso a questi esami, in parte perché le ricerche più avanzate hanno dimostrato che i progressi degli ultimi decenni e il discernimento del medico nelle prescrizioni, caso per caso, sono una buona garanzia di sicurezza.

Inoltre l’indubbia utilità delle immagini ottenute ai fini di una corretta diagnosi fa pendere la bilancia costi-benefici dal lato positivo.

SCUOLE DI FORMAZIONE, UNIVERSITA´ E CORSI DI AGGIORNAMENTO 

Il corso di laurea di riferimento è quello per Tecnico Sanitario di Radiologia Medica presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia.

Gli atenei a cui è possibile rivolgersi sono quelli di Ancona, Bari, Bologna, Brescia, Catanzaro, Chieti, Ferrara, Firenze, Genova, L’Aquila, Milano (Università Cattolica del Sacro Cuore, Università degli Studi di Milano, Università degli Studi di Milano-Bicocca), Modena, Napoli (Seconda Università degli Studi di Napoli, Università degli Studi di Napoli “Federico II”), Padova, Palermo, Pavia, Perugia, Pisa, Roma (Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”), Siena, Torino, Trieste, Udine, Varese-Como (Università degli Studi dell’Insubria), Vercelli, Verona. È richiesta l’iscrizione all’albo professionale.

Per il perfezionamento e l’aggiornamento, i corsi offerti sono in gran numero e si articolano secondo molteplici modalità. Ci si può informare presso il S. I. R. M. (via della Signora, 2 – 20122 Milano – tel. 0276006094 – 02/76006124, fax 02/76006108; sito internet www.sirm.org) e consultare il sito www.ecm.sanita.it per il programma nazionale di Educazione Medica Continua, in vigore dal 2001.

 

TRATTATO DESCRITTIVO

La radiodiagnostica in senso stretto è l’uso della radiologia per acquisire dati in vista della diagnosi. Le tecniche vanno distinte tra:

1) tecniche che si avvalgono di radiazioni ionizzanti: radiografia convenzionale, fluoroscopia, angiografia, mammografia, mielografia, scialografia, stratigrafia o tomografia e tomografia assiale computerizzata;

2) la radiografia digitale;

3) quelle che utilizzano gli ultrasuoni: ecografia ed ecocolordoppler;

4) quelle che si servono di radiofrequenze, come la risonanza magnetica;

5) quelle relative alla cosiddetta medicina nucleare, ovvero: tomografia ad emissione di positroni (PET), tomografia ad emissione di fotone singolo (SPECT) e scintigrafia.

La radiografia convenzionale, oggi detta analogica in contrapposizione con la tecnica digitale, più moderna, produce immagini dello scheletro del paziente attraverso il cosiddetto effetto di frenamento. Il soggetto viene posizionato in modo conforme all’esame da effettuare facendolo aderire ad un cassetto (il potter Buky, detto anche piano sensibile) contenente la cassetta radiografica, sulla quale verrà impressionata l’immagine: la buona riuscita del metodo richiede ovviamente un’immobilità più o meno prolungata.

Un tubo radiogeno emette un fascio di raggi X a bassa dose, radiazioni ionizzanti invisibili che penetrano nel corpo senza stimolare alcuna sensazione; nel loro transito i raggi vengono assorbiti in modo diverso a seconda delle parti anatomiche colpite e raggiungono la cassetta radiologica proiettando un’immagine latente (che poi verrà sviluppata) in una pellicola o in un pleid. Questo tipo di esame, veloce, semplice ed economico, è specialmente adatto per le emergenze e fornisce informazioni preziose nella valutazione delle varie patologie ossee (per studiare le articolazioni bastano due o tre radiografie del segmento osseo interessato): nonostante i comprensibili timori relativi all’uso di radiazioni, si deve anche tener presente che in una radiografia il corpo ne assorbe una dose di 19 milliroentgen, quasi un decimo di quelle che in un anno ciascuno di noi assorbe naturalmente (cioè prescindendo dall’inquinamento radioattivo dovuto all’industria umana) dall’ambiente circostante. Una forma particolare dell’esame radiografico “classico” è la seriografia, che prende il nome dal seriografo, un dispositivo in grado di riunire diverse esposizioni radiografiche in una sola pellicola ed è quindi specialmente utile nelle indagini diagnostiche sugli organi in movimento (il bulbo duodenale nell’intestino, lo stomaco, l’esofago, il cuore e i vasi sanguigni), che richiedono una successione di molteplici fotogrammi a brevi intervalli l’uno dall’altro.

Una tecnica radiografica più moderna, legata allo sviluppo dell’elettronica, è quella digitale, che utilizza due tipologie distinte di sistemi, CR (Computed Radiography) e DR (Digital Radiography).

Gli strumenti CR producono immagini digitali da raggi X per mezzo di fosfori che, tramite l’assorbimento di un fotone, emettono una luce: un computer è poi in grado, alla fine del processo, di rilevare la posizione spaziale da cui è uscita e l’intensità, ricomponendo così l’immagine dei raggi X.

I sistemi DR invece dispongono di un sensore che fornisce in uscita direttamente i dati digitali senza processi intermedi: tuttavia, nonostante la maggiore efficacia, sono indubbiamente molto costosi. Queste tecniche digitali offrono una minore risoluzione spaziale dell’immagine rispetto a quella convenzionale, ma riducono notevolmente gli effetti negativi degli errori di esposizione e soprattutto consentono un’archiviazione diretta dei dati in un sistema digitale.

Per tornare ai metodi che usano radiazioni ionizzanti, la fluoroscopia è una tecnica che perfeziona la radiografia convenzionale a raggi X di Röntgen, grazie all’uso di un fluoroscopio (la cui prima realizzazione si fa risalire a T. A. Edison): il paziente viene posto tra una sorgente di raggi X e uno schermo fluorescente per la proiezione dell’immagine.

I tempi lunghi necessari per l’esame (e quindi la maggiore esposizione ai raggi) e la qualità meno pregevole dei risultati avrebbero forse portato la tecnica all’oblio, se il progresso nel campo del digitale e della riduzione delle radiazioni non avesse dato vita alla moderna fluoroscopia digitale, assai più affidabile e sicura.

L’angiografia (dal greco angheion, “vaso [sanguigno]” e graphia, “scrittura, rappresentazione grafica”) è una tecnica per realizzare immagini a uso diagnostico dei vasi sanguigni o linfatici del paziente tramite raggi X e l’infusione di un mezzo di contrasto nei vasi stessi. Oggi questo procedimento radiografico viene di solito utilizzato in una forma speciale nota come angiografia sottrattiva o DSA (Digital Subtraction Angiography), in cui alle rappresentazioni ottenute col metodo prima accennato si “sottrae” un’immagine realizzata prima di introdurre il mezzo di contrasto, in modo da migliorare la qualità finale. Altre tecniche angiografiche, come l’arteriografia o la coronarografia, si avvalgono di un catetere introdotto nel vaso da esaminare che diffonde direttamente il mezzo di contrasto (un metodo utile a fini diagnostici ma che può anche essere orientato a scopo terapeutico); la MRA o angiografia tramite risonanza magnetica, può essere invece effettuata con o senza mezzo di contrasto.

Un altro esame per il quale i metodi radiografici sono indispensabili è la mammografia, utile per rilevare la presenza di tumori o di cisti: com’è noto, si tratta di un importante strumento di prevenzione per tutte le donne (non solo quelle con fattori di rischio individuali o familiari) qualora si sottopongano ad esso con opportuna cadenza (ogni anno la classe a rischio, ogni due tutte le altre). Inoltre è una tecnica tra le più sicure, in quanto utilizza dosi molto basse di raggi X.

Nell’esame radiologico del midollo spinale e dei suoi involucri meningei (la mielografia, dal greco myelon, “midollo”) il mezzo di contrasto si introduce nel canale delle vertebre. All’immagine radiografica nella diagnosi si affiancano poi altri strumenti come la rachicentesi, il prelievo del liquido cefalorachidiano (contenuto nel canale midollare della colonna vertebrale) tramite puntura lombare. Il progresso nella computerizzazione delle tecniche tomografiche e a radiofrequenze ha accresciuto nel corso dei decenni le capacità diagnostiche relativamente a discopatie come la protrusione dei dischi intervertebrali (ovvero la parziale fuoriuscita dei dischi presenti tra una vertebra e l’altra).

Citiamo la scialografia o sialografia (dal greco sialos, “saliva”) solo per documentare in modo più completo il quadro delle tecniche radiodiagnostiche: si tratta infatti di un metodo oggi quasi del tutto soppiantato dalle ecografie effettuate con l’ausilio di sonde. Anche nella scialografia, che è l’esame radiologico delle ghiandole salivari, si inietta un liquido di contrasto iodato per mezzo di un catetere inserito nel dotto salivare: dopo questa operazione, come sempre, si proiettano con i raggi X le immagini delle singole ghiandole.

La stratigrafia o tomografia (dal greco tomos, “sezione”, “strato”), ideata negli anni ’30 del XX secolo dal medico italiano Alessandro Vallebona, si serve dei principi della geometria proiettiva per ottenere rappresentazioni dello strato o sezione anatomica esaminata che escludano le parti circostanti, rendendo così l’immagine più nitida ai fini diagnostici. Muovendo in sincronia il tubo radiogeno (da cui vengono emessi i raggi) e la pellicola (che resterà impressionata dall’immagine), è possibile rimuovere dalla rappresentazione finale le sezioni anatomiche che cadono al di fuori del centro di rotazione del movimento: tuttavia i lunghi tempi di esposizione (dovuti anche alla complessità dei movimenti necessari) e la scarsa accuratezza nell’esame di organi strutturalmente più articolati (come l’orecchio interno) hanno indotto a migliorare la tecnica informatizzandone alcuni elementi e modificandone altri. È nata così intorno agli anni ’70 la tomografia computerizzata (TC), più nota come tomografia assiale computerizzata (TAC).

La TAC si avvale degli stessi principi della tomografia di Vallebona, ma ne affina notevolmente l’applicazione. Il paziente da esaminare è disteso su un lettino: l’apparecchio che emette le radiazioni ionizzanti ruota intorno a lui inviando i suoi segnali al rivelatore, che li traduce nell’immagine di una singola sezione del paziente. Il lettino si muove, secondo cadenze temporali determinate, lungo un tunnel di scansione: le varie sezioni vengono elaborate da un computer per comparire infine su un monitor. Oggi è possibile ottenere, con software appropriati, immagini tridimensionali o rappresentazioni dei diversi piani spaziali (assiale, sagittale e frontale): inoltre, con i tomografi più avanzati, è nata la tecnica a spirale, in cui il lettino scorre in modo continuo e l’acquisizione delle immagini è più rapida e precisa. I progressi in questa direzione fanno sperare in un superamento della principale controindicazione relativa alla TAC, ovvero l’elevata dose di radiazioni necessaria, che finora spingeva il medico a prescriverla solo in casi di forte necessità, soprattutto per i bambini, ovvero pazienti i cui tessuti sono in fase di crescita e quindi più vulnerabili ai raggi.

Oltre alle radiazioni ionizzanti, la diagnostica medica può avvalersi di altri strumenti come gli ultrasuoni: abbiamo così l’ecografia o ecotomografia (dal greco echo, “eco di un suono, risonanza”). Questa tecnica sfrutta onde ultrasonore tra i 2 e i 20 megahertz emesse da un materiale piezoceramico contenuto in una sonda che l’operatore mantiene a contatto della pelle del paziente attraverso un particolare gel: la stessa sonda poi raccoglie il segnale di ritorno e il computer lo elabora nell’immagine finale. L’ecografia è considerata un esame di base, i cui risultati a volte richiedono un approfondimento con altri metodi di imaging o acquisizione di immagini (ad esempio la risonanza magnetica e la TAC): per effettuarlo correttamente è necessario che l’operatore, oltre alla normale esperienza clinica e in particolare delle tecniche di imaging, possieda una buona manualità e una certa capacità di osservazione. Tra le modalità di rappresentazione utilizzate ricordiamo: il modo Doppler, basato appunto sull’effetto Doppler (il cambiamento della frequenza di un’onda in un corpo ricevitore in movimento rispetto al corpo che la emette), importante per l’esame dei vasi sovraortici e cerebrali intracranici; e il modo 3D o tridimensionale, il più moderno, che offre rappresentazioni volumetriche molto accurate e, con il metodo real time (“in tempo reale”), l’effetto del movimento (come nelle ecografie 3D del feto). Un perfezionamento dell’ecografia doppler è l’ecocolordoppler, che fornisce in tempo reale immagini dei vasi sanguigni e del flusso del sangue al loro interno, risultando così estremamente prezioso nella diagnosi di malattie cardiovascolari come le stenosi arteriose, gli aneurismi e le trombosi venose.

Una tecnica particolarmente importante per le molteplici applicazioni (non solo clinico-diagnostiche) e per l’alta resa delle immagini dei tessuti molli (a differenza degli altri esami radiologici o metodi di imaging in generale) è la risonanza magnetica o risonanza magnetica nucleare (RMN).

La realizzazione delle immagini è qui basata su un principio della fisica quantistica, quello appunto della risonanza magnetica nucleare: i protoni dei tessuti sottoposti a un campo magnetico hanno un certo tipo di frequenza; applicando un altro campo con questa stessa frequenza si crea una “risonanza”, un segnale che può essere letto e tradotto come una rappresentazione visuale. L’uso di radiofrequenze, oltre ad essere meno rischioso di quello delle radiazioni ionizzanti (anche se comunque sconsigliato ad es. in gravidanza, salvo casi di effettiva necessità), consente ottimi risultati nell’esame del cervello, soprattutto per i casi di sclerosi multipla e ictus.

I metodi diagnostici della “medicina nucleare” sono: la tomografia ad emissione di positroni, la tomografia ad emissione di fotone singolo e la scintigrafia.

La tomografia ad emissione di positroni (PET, da Positron Emission Tomography) offre immagini dei processi funzionali che si svolgono nel corpo, non della condizione delle aree anatomiche: ovvero, detto in termini tecnici, fornisce conoscenze fisiologiche e non morfologiche, come invece fanno altri metodi di imaging, ad esempio la TAC e la risonanza magnetica. Se queste ultime, infatti, individuano alterazioni organiche e anatomiche, la PET permette di cogliere alterazioni a livello molecolare che spesso precedono quelle anatomiche: quindi il confronto tra immagini ottenute con la PET e quelle fornite da altri sistemi è un importante strumento per verificare come l’organismo sta rispondendo a certe terapie, in particolare oncologiche. Il nome della tecnica, come in generale quello di medicina nucleare, è dovuto alle particelle coinvolte nel processo di imaging: in questo caso si tratta appunto di un positrone che produce fotoni, ed è rilasciato da un gas che viene introdotto per via endovenosa nel paziente.

Nella tomografia ad emissione di fotone singolo (SPECT, da Single Photon Emission Computed Tomography), i raggi gamma emessi da un paziente in cui è stato iniettato un tracciante radioattivo (che viene espulso dall’organismo in pochi giorni ed è dunque relativamente “innocuo”), vengono trasformati in scintille di luce da un apparecchio, la gamma camera, e ancora una volta questo tipo di segnali viene tradotto in immagini bidimensionali.  La gamma camera, però, raccoglie un gran numero di questi “punti di vista” 2D da cui il computer, con un apposito programma, ricostruisce una rappresentazione complessiva a tre dimensioni. Grazie a queste sue caratteristiche la SPECT si è rivelata utilissima nel sostituire la vecchia coronografia (un esame molto invasivo che prevedeva l’introduzione del mezzo di contrasto direttamente nell’atrio destro del cuore), e fornisce informazioni precise per la diagnosi dei tumori, delle infezioni da leucociti, delle patologie ossee e tiroidee e per monitorare la funzionalità cardiaca o cerebrale (in particolare per individuare l’insorgere delle varie forme di demenza).

Gli stessi principi fisici sono alla base della scintigrafia (dall’inglese scintillation, “scintillazione”), in cui la distribuzione del radiofarmaco all’interno del corpo del paziente viene rappresentata in forma di immagine traducendo gli impulsi luminosi in impulsi elettrici. Molto usata nello studio del cuore, del polmone e della tiroide o per individuare la formazione di metastasi tumorali, ma anche per indagini sullo scheletro, del quale può fornire una rappresentazione completa detta total body, produce immagini in tempo reale che però richiedono una elaborazione successiva per divenire pienamente funzionali all’indagine diagnostica.

Come si evince da questo elenco di tecniche, la radiodiagnostica si è evoluta dal classico metodo a raggi X verso una sempre maggiore informatizzazione: lo sviluppo novecentesco della cibernetica (la scienza delle informazioni e dei segnali nella sua applicazione ai dispositivi elettronici) ha avuto una notevole incidenza su una disciplina che studia immagini del corpo umano per facilitare e perfezionare l’antica arte della diagnosi.

È evidente come ciò sia stato reso possibile dalla tendenza tipica della medicina tradizionale contemporanea, sempre più centrata su questo tipo di esami per raggiungere un’esattezza scientifica idealmente impeccabile e indirizzare così il medico alla scelta di una terapia pienamente efficace.

Inoltre il progresso tecnico nelle procedure di imaging medico, consente oggi di prescrivere esami radiologici più sicuri per soggetti in età pediatrica, ai quali comunque i metodi sopra descritti vanno applicati in modo diverso, rispettando la loro struttura anatomica in fase di crescita e le loro maggiori esigenze di protezione relativamente ai materiali usati (è ciò di cui si occupa la radiologia pediatrica); lo stesso miglioramento si rileva nella radiologia domiciliare, che in caso di necessità effettua gli esami direttamente a casa del paziente, anche se ancora molte delle tecniche richiedono dispositivi difficili da trasportare e utilizzare al di fuori dell’ambito ospedaliero.